15 49.0138 8.38624 1 1 4000 1 https://www.lultimoautunno.com 300

LA SOTTILE LINEA FRA POLITICA E STADIO

Quando ascolto gli infiniti litigi post derby e sento chi combatte strenuamente per dimostrare che la propria squadra è migliore di quella rivale, mi sorge sempre una domanda spontanea: “arriveremo mai ad una fine?”. Voglio dire, raggiungeremo mai il momento in cui dalla discussione si trarrà una conclusione, si perverrà ad un punto d’accordo, si otterranno delle soluzioni? Alla fine la risposta è sempre la stessa: “ovviamente no“, e per un semplice motivo. Tutto ciò che gravita intorno al mondo, in questo caso, delle tifoserie, è per natura retto non da argomenti ma da una questione di gusto personale; dunque proprio in virtù di questo, dimostrare che la propria squadra è la migliore, è impossibile. Gusto si scontrerà sempre contro gusto e nessuno tifa una squadra in base al numero di scudetti vinti o alla nobiltà della storia del club, ma semplicemente perché gli piace: sarà attaccato a determinati colori o determinati calciatori per l’unico motivo che in lui suscitano delle emozioni positive.

Questo attaccamento razionalmente immotivato che porta, appunto, a sostenere personaggi piuttosto che argomenti, non è dannoso se rimane circoscritto a determinati ambienti, ma diventa altamente pericoloso quando si trasferisce su questioni in cui l’argomento è tutto. Sto parlando del mondo della politica, mondo in cui l’analisi minuziosa delle argomentazioni è vitale.

Sempre più spesso si può notare come, complice l’utilizzo che viene fatto dalla classe politica dei social network, l’attenzione si rivolga sempre più spesso alla personalità, al personaggio, alle emozioni che quest’ultimo evoca e al fascio di idee al quale vagamente si richiama: gli argomenti vengono mutilati, ristretti come in lavatrice e ciò che ne rimane alla fine è un misero slogan, una singola semplice immagine, un urlo. L’appello alle sensazioni e alle credenze è molto forte e si tende a ridurre la democrazia a una questione di gusto.

Cercherò adesso di tratteggiare un quadro più ampio della situazione aiutandomi con uno scritto di Bertrand Russell:

“In una democrazia, un uomo politico è potente nella misura in cui fa sue le opinioni che sembrano giuste all’uomo comune; è inutile chiedere all’uomo politico di essere troppo intelligente nell’opera di propaganda di ciò che l’opinione illuminata considera buono, perché se lo fosse verrebbe immediatamente sostituito con altri […]. Perché una misura venga difesa da un uomo politico di partito, essa deve pertanto soddisfare due condizioni: 1) deve sembrare che favorisca una parte della nazione; 2) le sue giustificazioni devono essere della massima semplicità […]. Inoltre, poiché si dividono essi stessi in gruppi rivali, gli uomini politici mirano a dividere nella stessa maniera anche la nazione. Essi vivono di suoni e violenza, che non significano nulla. Non possono perdere tempo attorno a cose difficili a spiegarsi, o a cose che non implichino una divisione”.

Ridotte al nocciolo, le questioni politiche perdono le loro argomentazioni, le loro ragioni profonde, e fanno appello all’istintualità o alla credenza degli elettori. Ma la realtà è molto più complessa di un volantino. Nel nostro paese, causa anche la grande percentuale di analfabetismo funzionale fra la popolazione, questo fenomeno ha preso piede in modo significativo. Si perde di vista il senso profondo della politica, ci si trova davanti a una frammentazione degli argomenti, a una proliferazione di guerre combattute a suon di cori da stadio (proprio come gli ultras), a una divisione dei grandi obbiettivi in singoli e inutili pezzi non comunicanti fra di loro e scarsamente argomentati perché, appunto, non in relazione con il loro maxi mosaico.

Il punto è che la democrazia, come è impostata adesso, non può produrre buoni risultati e se vogliamo combinare qualcosa di buono in politica, dobbiamo vedere le questioni politiche in maniera completamente diversa.

Le domande che vengono poste nei vari referenda e le questioni che si discutono di volta in volta possono essere solamente sostenute da gusto personale se non abbiamo chiaro in mente qual è il grande obbiettivo del paese: possiamo dibattere all’infinito se un provvedimento è buono o meno se non abbiamo chiaro in mente a che tipo di bontà esso debba essere finalizzato. Ciò che si è perso in questo momento è l’orizzonte verso il quale navighiamo, il perché discutiamo di politica. Una vera rivoluzione rimetterebbe al centro del dibattito non il cosa fare, ma gli obbiettivi a cui vogliamo tendere: che cosa desideriamo ottenere dal nostro stato? Quali sono i nostri fini, i nostri progetti a lungo termine? A quali costi e a quali sacrifici siamo disposti pur di conseguirli? Un chiarimento etico di questo tipo risponderebbe quasi in automatico alle singole questioni, che non avrebbero più motivo di essere discusse. Se non sono specificati questi orizzonti è completamente inutile, futile e immotivato interrogarsi sul singolo pezzo del puzzle: non ci sono argomenti a favore o contro un determinato provvedimento se non si ha chiaro a quale maxi obbiettivo esso debba conformarsi.

Il modus operandi di qualsiasi uomo politico (nessuno escluso, checché ne dicano i partiti che si innalzano a difensori dell’onestà), è per natura truffaldino, ma non nel senso convenzionale del termine: la disonestà si annida nell’eccessivo chiaroscuro mostrato agli elettori, nell’accomodante bugia che la realtà sia così semplice da essere compresa da tutti. L’inganno sta nel mostrarsi sempre con una mano che regge la panacea di tutti i mali e l’altra che addita un nemico immondo e causa di ogni disgrazia (che siano gli immigrati, gli altri partiti, l’Europa e chi più ne ha più ne metta). E così facendo si crea confusione, si creano tifoserie che sventolano il loro misero brandello di verità stando seduti sulle loro gradinate .

Come ho già detto, bisogna attuare un lavoro di ricentramento degli obbiettivi; tutto questo però è ovviamente un lavoro complesso e articolato, che vede appunto il cuore della sua discussione su un campo prettamente etico; ma se si vuol restituire motivo d’essere alla democrazia allora bisognerebbe concentrarsi di più sul cosa si vuole ottenere, mentre il come andrebbe lasciato ai tecnici. Un continuo tiro alla fune fatto di talk show e inutili propagande, invece, lascerà sempre il tempo che trova. Proprio come i litigi fra hooligans.

La competenza esiste, ed esiste la buona volontà: ma entrambe rimarranno impotenti fino a quando non avranno gli organi più adatti a far sentire la loro voce.

(tutte le citazioni di B. Russell sono tratte da “Saggi Scettici”, trad. Sergio Grignone)

Daniele Bonanzinga

Share:
POST PRECEDENTE
#2
POST SUCCESSIVO
PROFESSIONE STUDENTE (INFELICE)

1 Commenta

  • […] Donald o Hillary? Anche se già abbiamo una risposta, la domanda fa rabbrividire, non tanto per chi effettivamente siano i personaggi di cui si sta parlando ma per gli apparati culturali e la frammentazione del messaggio politico che si celano dietro la domanda stessa. Che cosa intendo? Mettetevi comodi e seguite il discorso, il nostro viaggio parte da lontano. Se prima però volete un quadro più ampio sui problemi della democrazia ai nostri giorni, leggetevi il mio precedente articolo a riguardo: LA SOTTILE LINEA FRA POLITICA E STADIO […]

    RISPONDI

LASCIA UNA RISPOSTA

Instagram Slider