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CORTOCIRCUITI DEMOCRATICI: TELECOMANDI E FALLACIE LOGICHE


Donald o Hillary? Anche se già abbiamo una risposta, la domanda fa rabbrividire, non tanto per chi effettivamente siano i personaggi di cui si sta parlando ma per gli apparati culturali e la frammentazione del messaggio politico che si celano dietro la domanda stessa. Che cosa intendo? Mettetevi comodi e seguite il discorso, il nostro viaggio parte da lontano. Se prima però volete un quadro più ampio sui problemi della democrazia ai nostri giorni, leggetevi il mio precedente articolo a riguardo: LA SOTTILE LINEA FRA POLITICA E STADIO


Siamo negli anni ’50: la televisione si diffonde con un ritmo stupefacente fra le classi sociali in grado di permettersela ; nel giro di una trentina d’anni la famosa scatola luminosa diventa un bene di massa a tutti gli effetti. Inutile ricordare che per lungo tempo le uniche emittenti tv furono quelle statali  e il linguaggio televisivo non riuscì a trovare un’immediata autonomia: l’influenza dell’impostazione proveniente dallo spettacolo teatrale fu notevole sotto molti aspetti, uno su tutti la lentezza (che oggi considereremmo snervante) delle immagini, dovuta a rarissimi cambi di inquadratura e a un montaggio al limite del minimale. Che cosa veniva però trasmesso durante questi anni? La televisione,  in Italia, ebbe un grandissimo ruolo pedagogico nei confronti del popolo stesso (ai tempi per la maggior parte analfabeta), mandando in onda celebri trasmissioni in cui non solo si insegnava a leggere e a scrivere (storico il programma “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi che, è stato stimato, avrebbe aiutato quasi un milione e mezzo di adulti a conseguire la licenza elementare) ma si cercava anche di diffondere nozioni culturali di base riguardo ai grandi classici della letteratura e del teatro. Piccola nota a margine: tutto ciò che finiva in onda era controllato dal “Comitato per la determinazione delle direttive di massima culturali“, che si occupava di non tramettere scene turbanti la pace sociale ed incitanti all’odio di classe e di promuovere il rispetto dei valori familiari e culturali.


Verso gli anni ’80 la tv venne invasa dalle trasmittenti private; quello televisivo era un mercato troppo appetibile per essere lasciato in pace. Servivano ascolti e, vista la concorrenza che cominciava ad aumentare, si rischiava di perdere denaro insieme all’audience. A contribuire a questo panico dei magnati televisivi arrivò un’invenzione geniale: il telecomando; la possibilità di cambiare canale in ogni momento comodamente seduti sul proprio divano richiedeva ancora più spettacolarità da parte dei palinsesti. L’esigenza dunque divenne categoricamente una: attirare l’attenzione in ogni modo possibile; ecco allora la nascita del moderno linguaggio visivo della televisione: rapido, ad impatto, coinvolgente, emotivamente travolgente, frammentario.


Ben presto la stampa e la politica si accorsero del nuovo potere mediatico; si poteva letteralmente arrivare nelle case delle persone, far vedere il proprio volto, creare una retorica nuova fondata sulla famigliarità allo spettatore e sulla potenza dello slogan, minima unità di misura dell’informazione televisiva. Sempre restando sul suolo italiano, Silvio Berlusconi fu un maestro in questa pratica; dominando una sua emittente privata, creando un linguaggio tutto suo, scendendo in campo anche nell’ambito calcistico (tanto amato dall’utente televisivo medio), riuscì a generare un’onda mediatica senza pari e a coinvolgere un elettorato lontano dalla politica tramite questo contatto apparentemente intimo dovuto all’efficacia del medium televisivo. La politica si fuse rapidamente con questo nuovo linguaggio, creando un cortocircuito democratico: il nuovo uomo politico non è colui che approfondisce i temi in modo soddisfacente, ma è colui che “buca lo schermo”, che folgora l’audience. Se prima non si conosceva nemmeno il volto del proprio rappresentante, ora l’aspetto è tutto; il mezzo diventa il messaggio. Da qui dunque il totale impoverimento dei dibattiti politici, di cui ho ampiamente parlato nell’articolo linkato all’inizio.


Prendete quanto discusso finora riguardo il linguaggio televisivo; frammentatelo ulteriormente e declassatelo ancora di un gradino: ecco a voi la comunicazione politica sui social network. 140 caratteri et voilà, ecco il mio parere sui massimi sistemi; un hashtag, qualche parola in maiuscolo e perché no, un selfie con gli elettori per far vedere che “io si che ci tengo a voi”; carico infine un mio video dove “distruggo il candidato avversario in trenta secondi” ed il quadretto è completo.  La democrazia è vittima di questa sfida a chi si mostra più “user-friendly”, più alla mano, più semplice da capire.


Possiamo dunque ricollegarci al nostro punto iniziale e alla corsa, ormai conclusa, per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Tutta la campagna elettorale di entrambi i concorrenti si è giocata secondo questa logica, secondo queste regole. Inoltre un altro tratto pesantemente accentuato è stato quello emotivo, fondamentale, come già detto, nella democrazia contemporanea. Se non lo avete ancora fatto, consiglio caldamente di dare un’occhiata a qualche video di dibattito fra Trump e Clinton; osserverete così in modo diretto come la loro comunicazione, chiaramente studiata e ricamata per calzare alla perfezione in un linguaggio televisivo, sia totalmente finalizzata a creare questo senso di intimità e di ammiccamento allo spettatore e, quindi, all’elettore.
La morte della democrazia non sta nella vittoria di Trump ma già nella formulazione della scelta Donald/Hillary, una scelta fondata sul carisma del personaggio e solamente in modo vago e confuso sulle idee. Quello che effettivamente il nuovo presidente metterà in atto è un discorso totalmente distinto da questa riflessione; il punto è che la maggior parte dei voti è stata espressa in virtù di simpatia (verso una donna in quanto donna o verso un messia che dice sempre la verità nonostante tutto) o antipatia (verso minoranze discriminate o l’altro candidato) e non in base a calcoli effettivamente politici o sociali. È questo il dramma. Eccovi due video (fra i tanti che potete trovare in rete) di dimostrazione di quanto sto descrivendo.


VIDEO – PERCHÈ SUPPORTI HILLARY?
VIDEO – PERCHÈ SUPPORTI DONALD?


Fra i sostenitori di un candidato piuttosto che dell’altro raramente si può ascoltare un abbozzo di argomentazione seria e che non sia ricca di errori di ragionamento; in logica questi errori vengono chiamati “fallacie” e compaiono molto spesso nella retorica politica di stampo televisivo/populista soprattutto durante la campagna elettorale. Le più comuni sono:

  • ARGOMENTUM AD HOMINEM: una tesi viene screditata attaccando il suo sostenitore ed evitando di trattarla in modo adeguato.
    Esempio*: Trump dice che bisogna agevolare la vendita di armi da fuoco nel paese ma non bisogna dargli ascolto perché è una persona violenta!
  • ARGOMENTUM AD PERSONAM: invece di controbattere gli argomenti dell’interlocutore lo si attacca minacciandolo o deridendolo.
    Esempio*: Clinton sostiene che le donne siano discriminate ma è evidente che soffra di complessi di inferiorità dei confronti degli uomini!
  • TU QUOQUE: si sminuisce quanto detto dal sostenitore di una tesi perché non mette in pratica quello che dice.
    Esempio*: Clinton dice che il presidente deve essere onesto ma lei per prima ha combinato le sue malefatte!
  • REDUCTIO AD HITLERUM: termine coniato ironicamente come formula latina, questa fallacia consiste nel trovare analogie fra il sostenitore di una tesi e un personaggio notoriamente considerato malvagio, come ad esempio Adolf Hitler, e screditare così la suddetta argomentazione tramite una forte carica emotiva indotta in chi sta ascoltando.
    Esempio*: Ma non sentite i discorsi di Trump? Sembra di sentire di nuovo Hitler!


*gli esempi sono puramente dimostrativi e non indicano reali citazioni dei due candidati, tuttavia affermazioni strutturate allo stesso modo si possono riscontrare nei comizi dei politici o nelle interviste dei loro sostenitori


Alla luce dunque dell’avvenuta (e irreversibile) fusione fra il linguaggio televisivo e politico, i cortocircuiti della democrazia sono evidenti; argomentazioni ad effetto ma errate, ragionamenti frammentati che mirano a coinvolgere l’emotività piuttosto che la razionalità, accentramento della campagna elettorale sul carisma piuttosto che sulle reali problematiche. I comizi assomigliano sempre di più a spot pubblicitari, rapidi, incalzanti, senza abbastanza tempo per soffermarsi veramente sulle questioni trattate e gli uomini politici, come i conduttori televisivi, puntano a dichiarare la boutade più grande, sperando di aver sufficientemente fatto breccia nel cuore dell’elettore prima che questi cambi canale.


Daniele Bonanzinga

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