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VENGONO PERCHÈ SI ANNOIANO – STORIE DI MIGRANTI

 

VOLTI ANONIMI

Gennaio 2017. Mi trovavo a Pozzallo, cittadina siciliana in cui è collocato uno dei più attivi centri di primissima accoglienza e soccorso d’Italia: secondo il giornale “La Sicilia” solamente nel 2016 la struttura ha visto arrivare circa 20.000 migranti da diverse zone dell’Africa, numero pari agli abitanti della città stessa.
Raggiungendo Pozzallo dalla strada costeggiante il porto, ciò che colpisce immediatamente è l’esorbitante quantità di navi e barche (di ogni grandezza e qualità) sequestrate agli scafisti e accatastate nel centro di accoglienza,  quasi ergendosi a simbolo straziante dei costanti e abbondanti sbarchi che tutto l’anno la cittadina è costretta a fronteggiare.

Ecco alcune foto che ho scattato ai cumuli di imbarcazioni nel porto.

Girando per le strade di Pozzallo non ho potuto fare a meno di notare la quantità sorprendente di giovani ragazzi africani (di età compresa fra i 14 e i 20 anni) che popolano i parchi, le vie, le spiagge; gli immigrati infatti possono circolare liberamente per la città entro alcune fasce orarie e hanno la possibilità dunque di passeggiare per l’agognato suolo italiano (entro ovviamente i confini pozzallesi). Tutti vestiti uguali con gli abiti del centro (i più fortunati possiedono un giaccone o delle scarpe che sostituiscono le ciabatte standard) e numerati tramite un braccialetto bianco con il loro identificativo, si spostano in gruppetti silenziosi e senza meta, immobilizzati in attesa del completamento della burocrazia italiana e del trasferimento.

Fu un insieme variegato di motivazioni che mi portò ad intervistarli: in primis l’interesse nell’ottenere notizie di prima mano, storie vere e non mediate o manipolate da terzi, per dare un nome a quei volti anonimi e per amplificare voci spesso ignorate. Inoltre raramente mi è capitato di ascoltare testimonianze dirette, reali, sincere: volevo vedere con i miei occhi e sentire con le mie orecchie ciò che questi ragazzi hanno da raccontare, i loro viaggi, le loro motivazioni. Insomma, volevo avvicinarmi in prima persona alla verità per quanto riguarda gli enormi flussi migratori in atto. Chi sono veramente questi giovani ragazzi che, abbandonati a loro stessi, si aggirano per le strade di Pozzallo? Perchè sono qui e cosa hanno incontrato sul loro percorso? Che cosa spinge decine di migliaia di persone ad affrontare viaggi interminabili per raggiungere il suolo italiano?

Nonostante le mie paure legate ad eventuali distanze culturali che mi avrebbero messo in cattiva luce ai loro occhi in seguito ad un approccio considerato troppo invasivo, mi decisi a fermare i primi gruppi e a dialogare con loro in inglese o in francese (nessuno di loro ovviamente conosceva una singola parola di italiano). Trovai ragazzi carichi di energia e disponibili; la loro grinta e la loro voglia di socializzare mi travolsero immediatamente e ogni mio timore si dissolse in un istante.

 

UNA META ESISTENZIALE

In due giorni raccolsi parecchie interviste e decisi di riassumerle per evidenziarne i tratti ricorrenti e salienti senza però tralasciare l’importanza di ogni esperienza individuale. Ogni volto rappresenta una storia e ogni storia è un tesoro inesauribile, soprattutto se impregnata di difficoltà e dolore.
Tutti gli intervistati provenivano dall’Africa Nord-Occidentale (Gambia, Senegal, Mali e Guinea) o dalla Somalia, zone che presentano ostacoli alla vita molto differenti fra loro.
Come mi raccontò Mohammed, la Somalia è un paese scosso da violente guerre intestine che dilaniano la popolazione fin dal lontano 1991; i suoi genitori e i suoi nonni dunque riuscirono a mettere da parte alcuni risparmi per permettergli di ottenere una vita migliore lontano da quella continua guerriglia. Mohammed non conosce niente dell’Italia, ha solamente sentito parlare della città di Milano, dove si vuole dirigere per trovare un lavoro. Il suo viaggio dalla Somalia è durato 7 mesi ma alla mia domanda di raccontarmi di più decide di tirarsi indietro, forse perché ancora impaurito.
Mustafa invece viene dalla Guinea; mandato dal nonno in cerca di lavoro, sogna di riuscire ad accumulare qualche soldo da spedire al padre malato che non può permettersi le cure. Nemmeno lui aveva la minima idea di come fosse la vita in Italia prima di partire dalla sua casa.
Ascoltai molti altri racconti di ragazzi provenienti da Senegal, Gambia e Mali; nessuno di loro sceglie l’Italia come meta specifica (non conoscendone infatti nulla) ma tutti intraprendono il viaggio verso una meta esistenziale, uno stadio sicuro della loro vita, in cerca di lavoro per riuscire a guadagnare denaro da condividere con la famiglia, spesso rimasta nei paesi natii. Le durate dei viaggi oscillano fra i 5 e 12 mesi e più volte mi viene raccontato lo strazio della traversata dell’Africa del Nord: ammassati su camion o addirittura affrontando lunghe distanza a piedi senza approvvigionamenti, questi ragazzi percorrono in media 4500 km per giungere a Pozzallo, circa 5 volte la lunghezza dell’Italia da nord a sud.

Nell’immagine sono indicati in verde i paesi dai quali provengono gli intervistati e in rosso i paesi che sono stati attraversati per giungere in Italia.

africa-travel

Come ho appreso dai loro resoconti, i percorsi sono simili tra loro e tutti quanti ovviamente giungono a Tripoli, dove sono reperibili le imbarcazioni per raggiungere le coste europee. Quando nominavano la Libia però, tutti i ragazzi cambiavano espressione. Qualcosa di terribile li aveva accolti in quel paese.

 

L’INFERNO DELLA LIBIA

Tutte le storie che ho ascoltato erano accomunate da un inquietante dettaglio: la prigionia in Libia. A Tripoli tutti i migranti vengono incarcerati, picchiati e ricattati da quella che loro dicono essere la polizia locale, simile ad un’associazione mafiosa che coopera con gli scafisti.
“Libia is not good”, “Life in Libia is very hard”; frasi come queste risuonavano come un mantra, quasi a voler scacciare ogni cattivo ricordo.
Bouba, ragazzo del Gambia mi ha raccontato di essere rimasto bloccato 5 mesi in Libia e di aver assistito a più di un atto violento da parte della polizia/mafia: un suo amico, ad esempio, è stato ucciso in una sparatoria durante la notte, probabilmente per un mancato pagamento. Lui invece è stato incarcerato e costretto a pagare un riscatto dopo il quale si è trovato senza soldi.
Altri ragazzi, ad esempio Cesar dalla Guinea, mi hanno raccontato la loro prigionia; dai 3 ai 7 giorni di carcere in attesa di essere salvati dalla propria famiglia che, con un estremo sforzo economico, investe gli ultimi denari per il riscatto dei giovani figli, tanto vicini a una nuova vita quanto in pessime condizioni. Cesar racconta anche che in questo momento i suoi genitori non sanno che è giunto a Pozzallo e che tutto ciò che vuole è raggiungere il fratello maggiore, già in Italia, per lavorare assieme a lui.
Chi mi colpì di più però fu Mohammed, studente gambiano con il sogno di imparare la lingua italiana, che si commuove mentre racconta la sua esperienza in Libia. Il giovanissimo ragazzo si è trovato, come molti altri, senza soldi dopo aver pagato il riscatto alla polizia e si trova costretto a lavorare a Tripoli per permettersi la costosissima traversata verso la Sicilia (alcuni ragazzi del Mali mi hanno spiegato che per imbarcarsi servono dai 1500€ ai 2000€). L’ambiente libico tuttavia è fortemente ostile: ridotti alla fame gli abitanti arabi sfruttano chiunque non sappia la loro lingua, ritardano i pagamenti e talvolta non li erogano.
In un modo o nell’altro alla fine alcuni fortunati riescono a liberarsi dall’inferno della Libia e a salpare alla volta dell’Italia, compiendo l’ultimo grande sforzo del loro viaggio. La traversata del mare viene descritta piena di difficoltà, stenti e sofferenze. Inoltre i naufràgi nel Mediterraneo costituiscono una delle maggiori cause di morte dei migranti africani; secondo “Panorama” nel solo 2016 sarebbero affogati nel tentativo di raggiungere una vita migliore circa 4.000 persone.
A testimoniare ancora le violenze vissute e osservate durante il viaggio, quattro ragazzi, dopo essersi presentati e aver iniziato l’intervista, si allontanarono immediatamente non appena compresero che li avrei interrogati riguardo i loro trascorsi.
Ho chiesto a tutti gli intervistati che cosa sapessero della Libia prima di raggiungerla e le risposte sono state differenti tra loro ma accomunate dal fatto che nessuna di esse corrispondesse alla verità; qualcuno ignorava completamente la situazione libica, qualcuno sapeva che c’era una guerra ma sapeva anche che era terminata, qualcuno invece era stato circuito e spinto a raggiungere la Libia perchè dispensatrice di possibilità e ricchezze.

 

GIOIA E TERRORE DEI RAGAZZI INVISIBILI

“Hai mai parlato con qualche altra persona come me per strada da quando sei qui?”, questa era la domanda che chiudeva l’intervista. Non ricevetti nemmeno una risposta affermativa: nessuno degli intervistati aveva mai raccontato la propria storia ad un italiano eccetto che ai dipendenti del centro d’accoglienza che trattiene loro a Pozzallo per un tempo medio di 2 mesi. Ogni volta che un immigrato si fermava a parlare con me, tutti gli altri che passavano di lì mi osservavano con curiosità e simpatia, mi salutavano e restavano stupiti che qualcuno nelle strade rivolgesse loro la parola. Lungi dal voler descrivere questo fenomeno come peculiare della sola Pozzallo, credo che la situazione sia estendibile all’intera penisola; quanti di noi effettivamente hanno mai dato un nome a quei volti anonimi spaesati e abbandonati che si aggirano per le nostre città? Quanti di noi effettivamente conoscono le loro storie, i loro vissuti, le motivazioni del loro doloroso viaggio? Quanti di noi effettivamente si sforzano di cogliere l’essere umano dietro al numero, dietro al dato, dietro all’etichetta di “immigrato”?
Riguardo agli italiani invece ho collezionato parecchi elogi, sinceri e profondi.
“Le persone italiane sono generose. Si prendono cura di noi, ci dicono sempre la verità”, dice un ragazzo dal Gambia.
Spesso non ce ne rendiamo conto, ma per molti di questi ragazzi il suolo italiano significa gioia, ma significa anche terrore.  Le parole di Mohammed mi commossero profondamente e credo che siano perfette per esprimere la situazione di migliaia di ragazzi che, come lui, provano una grande gioia, perché sopravvissuti, ma anche un reale terrore per il futuro in un paese di cui non conoscono niente: “Gli italiani sono persone splendide, ti intrattengono, ti incoraggiano, si prendono cura di te; sono completamente differenti dalle persone della Libia. Al momento non ho alcun piano per il futuro, vorrei solamente che la mia vita si fermasse a questo momento. Sono passato attraverso così tante difficoltà. Ma sento che adesso è tutto finito”.

Nel video potrete sentire alcuni frammenti delle interviste (traduzione in italiano su schermo).


Daniele Bonanzinga
-un ringraziamento speciale a Gloria, Fabio e Federico-

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6 Commenti

  • gennaio 6, 2017 @ 8:08 pm
    Nicoletta Garaventa

    Complimenti, Daniele.
    I ragazzi come te sono da ammirare ed imitare. Bravo e coraggioso.
    Nicoletta

    RISPONDI
  • gennaio 8, 2017 @ 3:05 am
    Sem

    Ottimo articolo, uno spaccato di umanità breve ma prezioso. Qualche mese fa nel mio paese (diecimila anime in provincia di Trieste) giunsero circa una ventina di migranti in misura temporanea. Ci furono forti reazioni: discussioni, presidi, minacce al sindaco. Anch’io ne fui contrariato, non per becero razzismo ma perché ritenevo – e ritengo tutt’ora – che si debba avere un’idea precisa del passato di queste persone prima di accoglierle e ospitarle in maniera duratura. Al contempo mi stupì la mancanza di empatia e di curiosità dei miei compaesani, che si scagliarono, frustrati o spaventati, in invettive e sproloqui. Pensai, e questo è quanto mi rende diverso da loro, che sarebbe stato bello e coinvolgente tessere un legame di sostegno e reciproca conoscenza tra questa ventina di ragazzi e la nostra comunità. Al che giunsi a comprendere, con l’amarezza che puoi immaginare, che in Italia non esiste più pressoché alcuna comunità. Che l’industrializzazione prima, la tecnologizzazione e la crisi in seguito ci hanno reso un ammasso di atomi sperduti in preda alla nevrosi. Ho compreso che oggi un immigrato non puo’ integrarsi perché non c’è nulla cui integrarsi. Non una comunità organica, ma una società spietata e avara, avida di risucchiarci tutti. Me lo immagino il ragazzo somalo che cammina per le strade di quella “Milano esistenziale” magra e ostile, gelida e alienante.

    Qualcuno ce la fa. Spero un giorno di poterne aiutare anche uno solo. Perdonami se non riesco a vedere alcuna luce, ma credo che in Europa si stia consumando un dramma non troppo diverso da quelli che si consumano in Africa.
    Ti ringrazio ancora per l’articolo, continua così con i pensieri e le poesie.

    RISPONDI
    • Daniele Bonanzinga
      gennaio 8, 2017 @ 10:59 am

      Grazie del preziosissimo commento. La disgregazione della comunità è qualcosa che si vive ogni giorno; purtroppo hai centrato veramente nel segno. Siamo isole. Una serie di cause storiche ci ha portati a questo momento, dove l’altro è visto solamente come ostacolo alla propria “felicità” (o presunta tale) e non più come un elemento di ricchezza.
      Grazie ancora.

      RISPONDI
  • giugno 13, 2018 @ 8:50 pm
    Franco

    Complimenti per l’ottimo servizio. Grazie.

    RISPONDI

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