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MALICK – LA NATURA SCOMPARSA DEL CINEMA

“Il mondo era come un pianeta lontano, a cui non sarei mai potuto tornare… Ho pensato che bel posto era, pieno di cose di cui la gente può guardarci dentro e godere’

– Holly (La rabbia Giovane)

Quando fa un film, Terrence Malick parla ai suoi collaboratori attraverso immagini poetiche. A Martin Sheen nella Rabbia giovane ha detto “Pensa alla pistola nella tua mano come ad una bacchetta magica”, per il team di post-produzione in La sottile linea rossa ha consigliato “E’ come muoversi lungo un fiume, l’immagine dovrebbe avere lo stesso tipo di flusso”. Che tipo di indicazioni sono da dare ad  attori e tecnici? Malick non parla con loro di cose convenzionali, di stati psicologici o emotivi dei personaggi, di temi o di intenzioni della storia. Non ha nemmeno voglia di parlare della composizione delle inquadrature. Piuttosto, in ogni caso, chiede che chi lavora con lui viva uno stato d’animo, un sentimento che viene catturato in una immagine fisica precisa.

E ‘difficile trovare il momento decisivo in cui le cose accadono veramente in un film di Malick. Quando esattamente il rapporto tra Bill (Richard Gere) e Abby (Brooke Adams) cade a pezzi in I giorni del cielo? Quando Holly (Sissy Spacek) comincia a sospettare che Kit (Sheen) sia pazzo nella Rabbia Giovane? Malick ama saltare al centro di ogni storia, ogni azione, ogni stato d’animo; anzi, la sua carriera, con i suoi quarantotto anni di attività quasi invisibile tra il 1969 e oggi, è un enigma. Malick non ha nessun comportamento convenzionale di qualsiasi altro regista americano, e non solo.

Nel cinema di Malick come in quello di Godard, siamo affascinati dai fruscii e mormorii del mondo: il vento nell’erba alta, i cambiamenti radicali nella luce, le onde del suono sulla terra. Gli esseri umani vivono tutta questa materia naturale. Eppure, la visione di Malick non è rassicurante. Tutto coesiste, ma rimane separato, nulla si unisce. Così Malick filma l’orizzonte e gli spazi sconfinati dell’America e il suo cinema non assomiglia a quello di nessun altro. Tutto sembra così irreale ma al tempo stesso così toccante che quella linea rossa tra la terra e il cielo taglia il mondo in due. Un mondo sempre precario, dove i punti di riferimento mutano di continuo e l’uomo è costretto a battersi per la sopravvivenza.

Il regista, con il suo sottofondo di Heidegger, Wittgenstein e Kant, prosegue una continuità cinematografica creando un genere “filosofico”, mostrando la possibilità che il mondo che vediamo non è il mondo così com’è, e non è umanamente conoscibile.  La guerra, sempre presente (interiore o reale) sommerge l’anima di orrore. Dov’è la salvezza? Nei luoghi più semplici e genuini: nella natura, in Dio e nell’amore.

Le sue immagini sono girate con luce naturale, senza grandi aiuti artificiali. Questo è un indizio di come percepisca l’importanza del luogo esterno. Pochi registi hanno girato così tanto delle loro storie all’aperto, nelle pianure, nei campi, sui fiumi e i laghi. Malick stesso era un ragazzo che visse all’aria aperta, e ciò creò in lui la propensione per il mondo naturale.

Ma la cosa forse più interessante del suo cinema è come i protagonisti delle sue storie siano sempre così “attivi”. Nella Rabbia Giovane più che mai si nota come i due protagonisti possiedano la loro storia. Sono loro i  fautori e gli eroi del loro destino, che stanno vivendo nella festa come ribelli anarchici che sfidano tutte le regole della società immergendosi nella natura, ritornando ad una primitività perduta. Ma attenzione: tutto è sempre in continuo movimento, e anche la natura è ostile. Nel suo cinema nulla rimane com’è. Tutto si muove costantemente in un ciclo senza fine.

Le esperienze di tutti i suoi personaggi sono fugaci, e anche quelle più tranquille preannunciano sempre una catastrofe o la morte. Per questo il valore di esserci è la cosa più importante. Di essere al mondo e vivere quell’istante, il modo più sincero per raggiungere quello stato sublime della condizione umana.

Ma il punto fondamentale è che in Malick non l’uomo è contro la natura, ma la natura stessa, di cui fa parte anche l’uomo, ad essere semplicemente in contrasto con se stessa. Questo lo vediamo anche in altri registi come Herzog o Peckinpah.

E’ la luce della natura che ci guida nelle sue immagini. Lo sguardo sempre in alto, attraverso gli alberi, verso il cielo. Limpido e sereno, traccia i contorni, delimita, distribuisce lo spazio in aree simmetriche. E’ la giustizia e la grazia divina. Poi di nuovo la staedycam in movimento evoca il tempo, l’amore carnale, la marea, la morte e la risurrezione e porta tutto verso di noi. Tutto si riflette nell’acqua, fondatrice di tutto, e tutto rinasce in essa. E’ il flusso e riflusso dell’universo. La luce separa, l’acqua unisce, in una continua guerra tra il delineato e l’informe.

Il mondo meraviglioso, l’Eden, lo intravediamo appena, poi subito si perde, come l’infanzia, che è dolce da ricordare, ma non è reale. E’ soltanto qualcosa che non c’è più.


Federico Mottica

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Categorie:CINEMA, CULTURA, PENSIERI
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