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UNO SGUARDO AI DAVID DI DONATELLO 2017

Questa sera (27/03/2017) alle 21.15 si terrà la cerimonia di premiazione della 62ª edizione deDavid di Donatello. A condurla Alessandro Cattelan e sarà trasmessa in diretta sui canali Sky CinemaSky Uno e TV8.

Ecco un semplice sguardo a queste nomination dell’Oscar italiano. Chi sarà il vincitore? Intanto ecco chi dovrebbe vincere e perché.

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Miglior film

Il film di De Angelis è certamente il migliore tra i candidati di quest’anno e  non per mancanza di concorrenza: almeno altri tre dei cinque titoli meritano una grande attenzione. De Angelis sa però rinnovarsi nel linguaggio visivo e raccontare una storia originale senza mai scadere nella retorica o nel patetico. Tutto questo anche grazie all’aiuto di sceneggiatori come Nicola Guaglianone (già co-autore del pluripremiato “Lo Chiamavano Jeeg Robot”), che riescono a narrare con estrema semplicità una vera tragedia nel senso più antico del termine. Il cinema di De Angelis ricompone una realtà arcaica, dove la religione e il kitsch colorano un mondo degradato e disfatto.


Miglior regista

Già con “Mozzarella Stories” e “Perez” De Angelis aveva dato prova di una grande inventiva scenografica e un linguaggio molto personale. Se precedentemente “le sue storie sgangherate e un folklore stucchevole” [Mereghetti] non avevano trovato l’equilibrio necessario, in “Indivisibili” si concretizza finalmente un’idea di cinema più matura. Con un occhio all’ultimo Fellini e l’altro a Garrone, De Angelis riesce a trasportaci in un mondo dove la cruda realtà viene paradossalmente descritta attraverso una rappresentazione liricamente surreale. Riuscitissima direzione delle due attrici protagoniste, funzionali i piani sequenza e davvero splendide scenografie.


Miglior regista esordiente

Le opere prime di quest’anno  sono forse  la parte più interessante del panorama italiano. Tra i film candidati, ognuno a suo modo, si può dire che si sia tentato di superare brutte abitudini del nostro cinema e avuto il coraggio di produrre qualcosa di nuovo. Ciò che andrebbe premiato di più è l’internazionalità; in questo “Mine” è il vincitore. Un prodotto che pare tutto americano a prima vista, e che riesce a sostenere il ritmo per la maggior parte del film, pur avendo una premessa alquanto semplice. Certo non è perfetto e proprio perché così americano è riuscito ad assorbire anche i difetti di quel genere: il film è troppo lungo e stracolmo di buoni sentimenti.

Una menzione la meritano anche “La ragazza del mondo”, che ha saputo egregiamente affrontare il tema (una novità nel nostro cinema) dei Testimoni di Geova e a “La Pelle dell’orso” con un inedito Marco Paolini e una tensione che si taglia con il coltello.


Migliore sceneggiatura originale

E’ inspiegabile come “Le confessioni” non abbia ricevuto una nomination a miglior film ma di certo si merita di vincere per quanto riguarda la sceneggiatura. Non è un film semplice e forse anche un po’ snob; ma è bello anche per questo. Andò pretende tanto da se stesso quanto dallo spettatore ed è la regia troppo sicura di sé a rendere l’intento vago ogni tanto. Ma siamo sempre lì: questo non è un film che vuole dare risposte, ma piuttosto ragionare con l’aiuto di tutta la suggestione possibile. In questo lo aiutano dialoghi impeccabili e un ritmo narrativo fintamente lento.


Migliore sceneggiatura adattata

Qui non c’è dubbio: la miglior sceneggiatura è quella di “Era d’estate”. Questa piccola produzione praticamente perfetta avrebbe dovuto avere qualche nomination in più. Tutte le forze, dalla splendida performance dei due protagonisti (Popolizio/Fiorello), ad una fotografia curatissima, sono convogliate per raccontare la grande amicizia tra Falcone e Borsellino e il loro costante impegno, pur essendo lontani da casa. L’equilibrio tra la vita privata e la vita pubblica (e quindi per forza la storia del nostro paese) non viene mai meno. Tutto questo grazie a dialoghi originali e calcolatissimi che riescono a trasportarci direttamente all’Asinara, facendoci rivivere con loro quell’estate particolare.


Migliore produttore

Procacci ormai ha dovuto creare uno spazio speciale per conservare i suoi numerosi David, e anche quest’anno si meriterebbe di vincere. Non è nuovo ad audaci produzioni e questo ne è uno degli esempi più concreti: “Veloce come il vento” non si può definire un film riuscito, ma sicuramente un’operazione coraggiosa, che tenta di emulare anche in questo caso gli americani e che cerca sia nell’intreccio narrativo sia nelle scene d’azione di trovare un compromesso tra dramma ed evasione.

Una nota positiva anche per “Caffè”, nato da una co-produzione italo-belga-cinese.


Migliore attrice protagonista

Anche qui la concorrenza è altissima. Sia la Scoccia di “Fiore” che Valeria Bruni Tedeschi de “La pazza gioia” meritano un premio a parte per il loro contributo indispensabile alla riuscita dei film. Le gemelle Fontana, però sono qualcosa di ancor più potente: intanto sono due, e pur essendo così simili, fin da subito non possiamo confonderci su chi sia una e chi sia l’altra. La prima introversa e spaventata dai cambiamenti, la seconda sognatrice e coraggiosa, obbligatoriamente legate per tutto il film, costringono lo spettatore a vivere il loro dramma come una riflessione interna di un’unica persona, che proprio per questo è indivisibile.


Migliore attore protagonista

Temo che ancora una volta Servillo si meriti questo premio. Pur essendogli stata affidata una parte nuova per lui, e cioè quello di un inviato passivo, che come lo spettatore osserva quello che accade, riesce a dare spessore e profondità al personaggio attraverso la sua infallibile mimica e a battute eccezionalmente recitate. Tutto questo a costo di qualche piccolo sacrificio: quando un attore come lui è in scena si rischia che si prenda anche ciò che non gli appartiene, ma in fondo può essere un piacere anche questo.


Migliore attrice non protagonista

Antonia Truppo è degna della doppietta -l’anno scorso infatti ha vinto il David di Donatello per la migliore attrice non protagonista  per la sua interpretazione in “Lo chiamavano Jeeg Robot”-. Attrice a tutto tondo, dal teatro, alla televisione, al cinema è stata chiamata anche da De Angelis per interpretare una cantante fallita, madre apparentemente senza scrupoli che vive un’esistenza desolata in un ambiente totalmente degradato. La Truppo in questo ruolo tipicamente napoletano riesce a rappresentare perfettamente l’avidità e l’inesistente senso di moralità e responsabilità anche di fronte alle sue figlie. Ovviamente è anch’essa vittima di un circolo vizioso, dove è soltanto la legge del più forte a vincere.


Migliore attore non protagonista

Mastandrea trova pane per i suoi denti nel ruolo del padre appena uscito di galera e che a fatica riesce in un equilibrio nella difficile relazione con sua figlia Dafne (Daphne Scoccia), ragazzina ribelle che trova nella criminalità l’unico sfogo. Insieme al regista, Mastandrea riesce a costruire una figura paterna tenera, di una pacatezza drammatica abbastanza potente  da far empatizzare lo spettatore con un uomo impotente, ma buono.


Migliore autore della fotografia

Ciprì si conferma il più interessante ed originale direttore della fotografia italiana (ed anche un ottimo regista) degli ultimi anni. Il suo stile scarno ed essenziale rimane inconfondibile anche sotto la direzione di un regista così influente come Bellocchio. Dopo ben quattro collaborazioni questi due artisti non smentiscono la loro bravura. La ormai sua celebre cupa ed intensa fotografia riesce a creare l’ambiente e l’atmosfera ideale per raccontare la drammatica vicenda tratta dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini. Curiosità: tra i film candidati ai David, Ciprì ha diretto anche la fotografia di “Fiore”, di Claudio Giovannesi.


Migliore musicista

Quest’anno a livello musicale il cinema italiano offre davvero poco: nessuna di queste colonne sonore riesce ad accompagnare totalmente i film e tantomeno rimangono nella memoria. Interessante ma innocua l’onirica colonna sonora di Piersanti per “La stoffa dei sogni”; più riuscite invece quelle di Avitabile e Virzì. Quest’ultimo crea una banda sonora abbastanza capace di accompagnare il viaggio delle due pazze sognatrici create dal fratello regista. Davvero inspiegabile la non candidatura a miglior canzone originale della riuscitissima “Indivisibili”, scritta da Riccardo Ceres e cantata nell’omonimo film dalle due gemelle.


Migliore canzone originale

A costo di rischiare di essere commerciale ho deciso di premiare Jovanotti e quindi anche Muccino. Diciamolo subito: “L’estate addosso” è un vero polpettone ricolmo di luoghi comuni, ed è pure abbastanza noioso, anche se qualcosa di vero ogni tanto riesce a dirlo.  Tante, però, sono le banalità dei protagonisti, come il momento in cui parlano della morte (“Perché spendere soldi per il funerale?” oppure “Io spero solo che ci sia una vita dopo la morte, qualcosa”) . Dopo questo film rifatevi con “Era d’estate”: sempre estate è, ma decisamente di un’altra qualità. La canzone, invece, come tutta la colonna sonora, merita attenzione. Si ascolta piacevolmente e rimane nelle orecchie, come spesso Jovanotti riesce a fare. E non solo. Riascoltandola si rischia pure di illudersi per un momento di vivere nell’affettato e patinato mondo di Muccino. Fortuna che ci pensa la realtà a risvegliarci.


Migliore scenografo

Migliore costumista

Migliore truccatore

Migliore acconciatore

Questi quattro David “scenografici” si riassumono in un solo commento: se “Indivisibili” è un film così suggestivo, energico e potente lo deve soprattutto alla creazione di un ambiente semi-reale dove il sogno accompagna continuamente una storia così cruda e vera nelle relazioni e nei sentimenti di chi viene coinvolto. Dalla scenografia, ai costumi, al trucco, alle acconciature, tutto è calcolato per costruire un ambiente deteriorato e surreale.


Migliore montatore

7 minuti” è il giusto esempio per mostrare come un buon montaggio sia indispensabile per dare importanza  e suspense ad un intreccio in fin dei conti molto semplice. Un film non totalmente riuscito nello svelare lentamente i vari punti di vista delle operaie che si interrogano sulla  richiesta della nuova padrona della fabbrica  ma che sicuramente ha un ritmo scattante e dinamico nell’intrattenere lo spettatore su una questione che a prima vista pare semplice e facilmente risolvibile, per cui non serve pensare più di sette minuti.


Miglior suono

  • Gaetano Carito, Pierpaolo Lorenzo, Lilio Rosato, Roberto Cappanelli – Fai bei sogni
  • Valentino Giannì, Fabio Conca, Omar Abouzaid, Sandro Rossi, Lilio Rosato, Francesco Cucinelli – Indivisibili
  • Alessandro Bianchi, Luca Novelli, Daniela Bassani, Fabrizio Quadroli, Gianni Pallotto – La pazza gioia
  • Filippo Porcari, Federica Ripan, Claudio Spinelli, Marco Marinelli, Massimo Marinelli – La stoffa dei sogni
  • Angelo Bonanni, Diego De Santis, Mirko Perri, Michele Mazzucco – Veloce come il vento

Come per la musica, “La pazza gioia” dovrebbe aggiudicarsi anche il premio che riguarda tutta la parte sonora, con un lavoro di grandi professionisti del settore che confezionano un prodotto di grande qualità, dalla presa diretta, al mix, alla creazione dei suoni.


Migliori effetti digitali

Qui c’è gara? Credo sia ovvio premiare “Mine”. E’ l’unico film tra i candidati che dimostra un dignitoso e intelligente uso degli effetti digitali ed quello che ne ha più bisogno. Tra tempeste di sabbia e case che spuntano dal terreno ci si illude davvero di stare guardando un film americano.

E’ doveroso fare anche una nota di demerito. “Ustica” è il più brutto film italiano di quest’anno. Non solo la regia totalmente assente, una sceneggiatura che sfiora “CentoVetrine” e scelte prive di senso (ad esempio doppiare bravissimi attori italiani come Marco Leonardi, in modo da distruggergli la performance) disfano il sogno di un racconto di denuncia su una tragedia così importante e delicata. Il colpo di grazia è dato da effetti digitali che rasentano i livelli di “Sharknado”. Soltanto che in quel caso era una presa in giro. Qui, invece,  si prendono tutti molto sul serio.


Miglior documentario

Liberami”, di Federica Di Giacomo è il documentario più interessante di quest’anno. Accusato da alcuni cattolici di non rappresentare  il ministero esorcistico nella sua realtà, questo film è invece un autentico gioiello. Pur raccontando un tema non vicino a tutti come quello dell’esorcismo riesce, grazie alla profondità dei personaggi intervistati e alla sua messa in scena, a creare uno specchio limpido della nostra società, mostrandoci quanto ancora le credenze e la religione influenzino decisioni e stili di vita di molte persone.


Miglior cortometraggio

L’Accademia del Cinema Italiano ha già annunciato il vincitore per il Miglior Cortometraggio. Il premio è andato a Mario Piredda per “A casa mia”, con la seguente motivazione:

“Il severo rigore nelle scelte di regia e sceneggiatura. Una storia non banale che racconta della ricerca di felicità e di un sentimento di speranza destinato ad alimentarsi nel tempo, nonostante le circostanze avverse. Quasi una metafora delle ambizioni del miglior cinema italiano”.

Il regista sardo, classe 1980,  omaggia la sua terra e la lingua sarda,  raccontando la vicenda di un’anziana vedova, interpretata da Giusi Merli (la suora della “Grande Bellezza”), e di un amico pescatore (Giulio Pau), unici abitanti di un paesino sul mare che si ripopola solo d’estate, vivendo nella speranza che l’inverno non finisca.


Miglior film dell’Unione Europea

Tutti molto interessanti i film candidati per l’Unione Europea. Ad unirli forse un filo conduttore: il voler riscattarsi. In “Florence”, remake quasi istantaneo di “Marguerite”, di Xavier Giannoli, la protagonista vuole dimostrare di essere il talento canoro che non è. Nel dramma di Almodovar, Julieta vive con il rimorso di non essere riuscita ad essere una buona madre e allo stesso tempo vuole tentare ancora una volta a sistemare le cose. Nello scoppiettante “Sing street” il regista riesce a raccontare un amore creato dalla e per la musica, per emanciparsi dall’adolescenza e da una bassa condizione sociale. Nella non tanto commedia di Cecs Gay due amici d’infanzia rivalutano il loro rapporto grazie ad una tragedia imminente. E’, però, il sensibilissimo Ken Loach a meritarsi la vittoria. “Io, Daniel Blake”, vincitore della Palma d’oro. Pur non essendo una delle sue opere più brillanti, sa inquadrare il presente con precisione chirurgica. Con uno stile minimalista che ha segnato il suo cinema sa raccontare una tragica vicenda, restituendo con forza la realtà di un mondo del lavoro sempre più contrassegnato dall’assenza di diritti, di buon senso e cooperazione tra gli essere umani.


Miglior film straniero

Quest’anno il povero Eastwood è stato bistrattato dai suoi connazionali. Questo lo si deve principalmente al suo appoggio per la candidatura Trump. Agli Oscar ha ricevuto una sola nomination e per giunta di quelle minori (miglior montaggio sonoro) senza vincere nulla. Questo film è invece uno splendido racconto, dove il ritmo e l’interpretazione degli attori sono i pilastri fondamentali. Il personaggio principale diventa un eroe integerrimo pronto a sacrificare il tutto per tutto per la verità e la vita degli altri. Tutto questo, visto dalla nostra prospettiva nostrana, sembra ancora più grande ed incredibile. E’ vero che anche qui si pecca sempre un po’ di quel patriottismo repubblicano tipico del suo cinema, ma la vicenda (una storia realmente accaduta) è troppo avvincente per non lasciarsi trasportare.

Una menzione va anche a “Paterson”. Non sarà il più bel film di Jarmusch, ma la bellezza di certe poesie declamate all’interno del film e la semplicità della messa in scena valgono la visione.


Premio David giovani

Il premio David giovani viene assegnato al miglior film votato da una giuria di giovani delle scuole superiori e delle università. Con tutta probabilità, tra  i film candidati, “7 minuti” è quello che più lo merita. Per un motivo preciso: il tema del film è la disoccupazione, e per lo più quella femminile. Placido, anche se con qualche difetto di scrittura, sa parlare di precariato, di rispetto dei valori, di ragionare prima di agire, di non gettare quello che si è guadagnato. In poche parole di sapere e dover pensare. La sua maniera non è modernissima, ma credo sia sufficiente a toccare la sensibilità di molti.


Federico Mottica

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