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CARNEVALE DI PERIFERIA

 

Senti gli squilli e schiamazzi in città

fuggono i miasmi dell’alba invernale

oggi si ride non c’è l’aldilà

al ballo in maschera di carnevale

Tra goffe gonnelle e falpalà

argentei fronzoli di voluttà

corrono i bimbi tra le sfilate

un girotondo di maschere e risate

Ma nel bel giorno d’allegria

senza scomodare la filosofia

un occhio attento può vedere

volti illustri presi per il sedere

C’è Pirandello tra le sue bancarelle

sommerso da sguardi non sà più chi sia

svende e confonde lungo la via

impronte di fango per giostre di stelle.

Ecco Hemingway tra fiumi di vino

tra coriandoli e neve ha perso l’amore

beve vigliacco al suo cuore bambino

ma si muore di niente e non di dolore

Mentre Baudelaire entra al bordello

con trecce di spine strette al suo collo

baciato il seno d’una carogna

è naufragato su una rosa che sogna

Note taglienti un battito d’ali

di chi sorride con occhi tristi

e non sà che giochi di follia

sono perle rare in fondo alla via

Ecco il Gran Ciambellano che urla

dal patibolo la nuova burla

il tradimento d’ogni virtù

oscura le acque su cui corre Gesù

E Dante da un volto all’ignoto

segue parole rapite in un sogno

nel sonno passa le pieghe del tempo

ma è solo un sonnambulo svanito

Oltre ai balli i dubbi dei cuori

vanno annotate come tutto il resto

ci son delitti per tutti i gusti

denunciati in piazza a tempo perso

La baccante fatua di periferia

ciliegia che passa di bocca in bocca

calpestata sul selciato d’una via

appesa al suo sigillo non condanna nulla.

Dice Hugo che lo sguardo di un bambino

conosce il cuore di chi siede vicino

siamo pezzi, personaggi fittizzi

tessitori di vento spettatori di noi stessi

Che bel giorno per chi nel banale

trova il germe di follia generale

i vecchi truccati da bambini

i furbi abbracciati ai cretini

Uno si è perso e bisbiglia da solo

tanti ridono cantando versi

è Fëdor che cerca la ragione di Dio

nella sciocchezza franca degli onesti

e Borges sfoglia i sogni all’osteria

dove Don Chishotte ha trovato la pazzia

non sà che il sogno riuscito meglio

è forse quello sognato da sveglio

Ecco la festa che se ne và

porta con se la felicità

recide il fiore del dolce ricordo

nell’alba del giorno nel tanfo di mosto

Tra le bottiglie sospira lo sconfitto

ha il passo di chi non è in tempo

non è punito al pari d’un delitto

rompere il silenzio con il pianto

Aspetta chiuso come un bimbo al mattino

un soffio umido, un preludio di vita

nello sguardo di chi passa cerca un sorriso

o un pugnale per chiudere la storia.


Riccardo Malatto

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Categorie:CULTURA, POESIE
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