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IN BALIA DEGLI INFLUENCER (con Nicla Vassallo)

Voglio iniziare questa considerazione nel modo più filosofico possibile e non conosco metodo migliore per invitare alla riflessione che porre una serie di domande. Per cominciare, cosa ne pensate degli opinion leader e degli influencer che godono di ori e allori offerti dai media e dalla rete? Che opinione avete di chi occupa lo spazio dell’ informazione e il tempo ritagliato alle cure del vostro sapere? E ancora, come valutate gli argomenti da loro esposti, molto spesso stringati e ridotti a slogan e ripetuti come scudi dogmatici da tutti i loro follower e spettatori?

Prendetevi un tempo sufficiente per rispondere.

Domande banali? Non lo so, lascio a voi giudicare, e in un certo senso spero lo siano, almeno per qualcuno di voi che si è già posto il quesito senza il mio invito e da lì ha mosso la sua risposta. Io qui propongo la mia.

Giorno dopo giorno mi sto convincendo che la qualità delle aberrazioni dei confusionari influencer sia di gran lunga insufficiente per essere accettata dagli esperti del settore. A mio modesto parere gran parte della disinformazione generalizzata va imputata a questi famigerati opinion leader senza titoli (e ai loro finanziatori); ne consegue infatti un dilagare di falsità che ha come unico risultato lo scompaginamento delle opinioni della gente.

Forse fin troppe persone aspettano risposte sui social e l’avvento di qualche “messia” (con quale competenza non si sa) che risponderà per tutti un unanime “sì” e suggerirà le risposte pronte che chiunque potrà sfoggiare in perfette frasi fatte quando una strana figura chiamata “filosofo” porrà loro le domande. Ma questi follower senza alcun senso critico e abilità intellettualmente costruttiva sapranno rispondere ancora se venisse loro chiesto “perché” hanno una certa opinione? Troppo doloroso indagare i propri pregiudizi e le proprie presupposizioni? Ma, spiacevolmente, mi tocca constatare che a troppi è gradito questo sistema; e del resto Facebook, usato nel suo modo più becero, è lì apposta per soddisfare anche l’ego più semplicistico: “Pollice sù o pollice giù? Mi piace o non mi piace?”  Nessuna valutazione critica, solo gusto personale.

Soddisfa troppi stare su qualunque social. Eppure, sembrerà strano, ma vi sono alcuni personaggi che spesso lavorano in proprio e, consapevoli di cosa significhi informare, lottano per aprire il proprio spazio contro il muro costruito da uomini e donne ben più noti/e che giocano su gossip e giudizi prefabbricati.

Con quale titolo dunque questi osannati opinion leader si impongono sulla scena? E chi sono questi che pendono dalle loro labbra se non italiani e italiane che stanno facendo il minimo per ottenere il massimo, che innalzano il vessillo del “semplicismo” scambiato per semplicità? Se si prova a domandare loro qualche nozione basilare di cultura generale non sanno rispondere o rispondono  troppo sicuri e sicure, con la presunta certezza di chi non ha mai dubbi su ciò che dice: tuttavia nemmeno sospettano  che la certezza, forse, non esiste. E perché tutto questo? Un adagio ricorrente che credo sia il perno del problema è questo: non hanno studiato, o meglio, non lo hanno mai fatto davvero. Credo che ben poca istruzione posseggano pure sulla conoscenza, su cosa sia la conoscenza, quanti differenti tipi di conoscenza possiamo avere.

Molti dicono che siano i soldi ad aver corrotto la buona informazione e questo è probabile; tuttavia ciò che conferisce potere a questi influencer senza arte né parte è l’ignoranza di una grande fetta degli internetnauti e spettatori televisivi.

È un discorso snob ed elitario? Non lo so; dipende da come lo si interpreta. Virginia Woolf era snob quando affrontava certi temi? È una semplice domanda, non voglio fare impropri e stucchevoli paragoni. Ma non rimproverate gli esperti dei settori se continueranno a lavorare in luoghi di nicchia e a rinchiudersi entro quelle mura, ove i professori fanno i professori, ovvero scrivono, ricercano e insegnano,: Socrate non era un markettaro, studiava, pensava, insegnava, e per i suoi principi ha scelto la morte. Non va più di moda un tal comportamento metafisico, epistemico, etico. Ma tra gli osannanti modaioli ignoranti e i seri appassionati del loro settore non mi pare sia mai corso buon sangue.

Certo non pretendo di dire l’ultima parola sull’argomento e invito a critiche e ad un dibattito aperto alle opinioni di tutti, un simposio costruito sul dialogo costruttivo, accogliendo voci differenti in grado di dare ragioni delle loro affermazioni.  Su questo ultimo punto vorrei concludere sottolineando l’ambito importantissimo della filosofia che qui ho voluto mostrare: l’indagine dei presupposti, dei pregiudizi che ci condizionano senza che noi ne siamo consapevoli, assodati come dogmi senza che ci sia stata una riflessione personale sul loro come e perché.

E’ qui che la filosofia rintraccia le presupposizioni, le sviscera e permettere di renderne ragione suscitando una riflessione attraverso domande e stimolando ognuno di noi a interrogarsi. Dopodiché ognuno è libero di accettare o meno una strada o l’altra, sempre che essa sia accuratamente argomentata, ma avrà una conoscenza più profonda di sé e del mondo. Ognuno è tenuto a continuare ad approfondire la propria ricerca nonostante influencer sempre più invadenti tenteranno di propinare la solita opinione posticcia e parziale ma talmente comoda e rassicurante da indurre al rigetto di domande fondamentali. Insomma, se ci lasciamo cullare dagli opinion leader finiremo per temere, perché destabilizzante, ogni tipo di ricerca sul nostro presunto sapere, detestando quelli che, come Virginia, ci scuotono dal nostro sonno dogmatico.


Nicla Vassallo (collaborazione con L’Ultimo Autunno)

 

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2 Commenti

  • aprile 21, 2017 @ 5:45 am

    […] e attualmente professore ordinario di filosofia teoretica presso l’Università di Genova, scrive della cattiva influenza degli “influencer”. Secondo la filosofa del linguaggio «Molti […]

    RISPONDI
  • luglio 24, 2018 @ 11:01 pm
    Manuel Giagnolini

    Articolo interessante,
    vorrei cercare di analizzare questo processo partendo dalla fonte.
    E’ sempre utile usare la storia come metro di paragone, perchè ci fa sembrare più ovvi certi passaggi che presi singolarmente sembrano inconcepibili.
    Perchè quando pensi a “italiano” pensi a Dante e non ad un appestato? perchè pensi a Giulio Cesare e non pensi al servo della gleba? Perchè pensi a Foscolo e non pensi ad un veneto tradito?
    Perchè la nostra storia concentrata di nomi eccellenti si dimentica molto spesso del sangue che ha contornato l’ esistenza dello stivale? Viene dimenticato il continuo stato di invasione che vigeva sulle nostre terre. Tra spagnoli, francesi, austriaci, inglesi, americani, e Italiani disonesti (Bisognava metterceli), un povero italiano non ha mai potuto avere un buon rapporto con la figura costituzionale di “Stato” o “Patria”, se non in una declinazione regionale che ancora si può distinguere ai giorni nostri.
    Dall’ unità, prendendo dati dagli archivi, vediamo che il nostro popolo è rimasto per gran parte analfabeta, salvo poi nella prima metà del novecento sollevarsi per stare dietro allo sviluppo industriale ed al conseguente cambiamento dei concetti di economia e dei suoi settori produttivi, la necessità di costruire una società maggiormente organizzata.
    Ecco, quando pensiamo: cosa succede quando nella casa di un italiano del 900 entra prima un frigorifero, una radio, che un libro?
    Succede che l’ italiano diventa avulso dalla necessità di conoscenza, poichè il vivere in una società data al consumo comporta un numero elevatissimo di interazioni, a livello sociale, cognitivo, comportamentale, e queste interazioni non possono essere condotte totalmente consciamente, poichè ciò imporrebbe un notevole sforzo costante a livello mentale, perciò l’ evolutissimo cervello umano si rifugia dentro rigidi schemi entro il quale si può sentire in ordine anche con poco sforzo intellettuale.
    Prendiamo ad esempio: usi e customi, ciò che definiamo educazione, la lingua.
    Tutti elementi che fanno parte della nostra quotidianità, e che usiamo senza prestarci la benché minima attenzione.
    Perchè quando ci salutiamo diciamo “Ciao” e non “Vaffanculo”?
    L’ uomo italiano dell’ inizio 900 è stato catapultato da essere contadino analfabeto ad essere dirigente d’ azienda e statista in un arco di tempo incredibilmente breve.
    E’ stato traumatizzato da una prima guerra mondiale scellerata, combattuta senza saperne il motivo.
    Ha cercato la pace e il rifugio dentro le parole di Mussolini e i valori della patria e famiglia, salvo poi essere traumatizzato nuovamente da propaganda, violenza fisica e psicologica, pressioni culturali esterne atte a modificare i valori etici.
    Dopo il 45′ una cosa solamente era rimasta all’ italiano: Dio.
    Sfortunatamente Dio ha preso le sembianze di democrazia cristiana, vaticano e Andreotti.
    In tutto il dopoguerra fino ai giorni nostri l’ italiano è stato manipolato, reso incapace di pensiero critico, e chi tentava di uscire da quella fogna, veniva risucchiato o respinto a furia di proiettili e ingiustizie.
    E tornando al topic principale, l’ italiano, (prendo italiano come esempio ma è globale come fenomeno), è succube dei follower, proprio perchè non è capace di pensiero critico.
    Ha bisogno costantemente che qualcuno gli costruisca la strada mentre cammina, qualcuno che crei la realtà che sta vivendo, poichè egli non produce, emula, specula.
    E’ proprio questo che manca: la domanda “Perchè”?
    Perchè la gente non si fa più domande? E perchè nel raro caso che se le faccia, non usa la propria mente per trovare la risposta, cercando referenze esterne?
    Ciò si collega all’ articolo su scienza e fisolosia, che trovo altresì interessante.
    L’ uomo pone la scienza nel gradino più alto poichè è troppo orgoglioso per ammettere che la sua mente possa aver fallito, che possa aver creduto per anni e anni a gigantesche sciocchezze, che tutto il mondo sul quale è costruita la propria vita, sia in realtà mutaforme e spaventoso nella sua imprevedibilità.
    L’ uomo potrà aver speranza solamente quando, invece di prestare attenzione al continuo brusio molesto della terra, alzerà gli occhi al cielo.
    Allora, lì capirà.

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