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UN SOGNO RISENTITO

But I being poor, have only my dreams,
I have spread my dreams under your feet,
tread softly because you tread on my dreams
B. Yeats, “He Wishes for the Cloths of Heaven”

 

Il Vecchio sedeva nella sua camera, solo, abbandonando le membra inerti sulla poltrona logorata dagli anni. Tutto in quella stanza esalava un fiato di polvere e legno ammuffito, come se il tempo passato avesse deciso di svelare lì, tra quelle mura, un segno del suo gioco eterno.

Il Vecchio fissava l’ingombrante silenzio del cielo che si affacciava nella stanza penetrando attraverso il vetro unto della finestra, e su quella soglia deserta non riusciva a ricordare il giorno in cui, quel gesto che agli uomini solitari porta con sé la poesia di teatri d’ombre, fosse trapassato da atto sacro al regno delle abitudini senza significato. Per quanto si sforzasse di gettare indietro il rovo dei pensieri, non poteva scorgere alcun appiglio cui aggrapparsi per cogliere il ricordo di quel momento che giaceva rassegnato e segreto. Sembrava che quel dipinto, meraviglioso e tetro, immenso, incorniciato da infissi antichi, fosse lì con lui da sempre, un immobile compagno di ore solitarie.

Così, il Vecchio, non potendo guardare oltre quell’orizzonte che velava il domani, scivolava nell’abisso confuso dei giorni passati che, in spirale insensata e inattesa, lo investivano con rigurgiti atoni e amorfi. Era preda di un vortice assurdo che confonde la cronologia del tempo, insabbia i fatti nei grumi delle interpretazioni, affoga il detto nelle acque del racconto, e mastica il tutto intrecciando un impasto senza forma.

Sfiorato dal leggero riverbero della notte che steccava dall’infisso arrugginito, un po’ nascondendolo nell’ombra e un po’ rivelandone il profilo, il Vecchio, sprofondava nei pensieri inarmonici e dissonanti, monotoni e disperati, che solevano visitarlo al crepuscolo e tormentarlo in quelle ore,  trascinandolo in un mondo che poteva essere tradotto soltanto nel silenzio, finendo per soffocare nell’angoscia i fiori più belli, che pure si mostravano a tratti alla sua memoria, affogandoli nella nevrosi disincarnata, nel martirio gravido di dubbi di chi ha perso la coscienza di se stesso.

Quando un canto rapace lo risvegliava appena, dandogli il tempo di trattenersi al confine della parola, i muri attorno lo sentivano sussurrare tra le rughe nere delle labbra «dov’è finita la mia vita? dov’è andata la mia giovinezza? sono solo un filo che esce dal gomitolo? sono soltanto acqua che scorre?». Dietro le ragnatele di vetro di quelle parole avvertiva con grottesca nitidezza l’agonia della morte, senza il conforto e la consolazione del riposo eterno, ricordando con tacito sconforto la sua vita appassita, il respiro di un altro tempo. Dentro il buio dei suoi occhi, larghi e spenti, troppo grandi per la faccia scheletrica, aspettava mendico che una mano pietosa apparisse gentile dall’ombra per porre fine alle sue pene.

Nelle tracce spezzate dei ricordi, a stento, poteva tessere un’ombrale e scorticata trama della sua vita. Se riusciva a mettere insieme qualche frammento, ciò che restava fuori dall’intreccio era una parte di storia che non gli apparteneva e mai gli era appartenuta, una storia distante, quella di un uomo lontano e anonimo, di cui si ricordano solo impressioni e si dimenticano le azioni.

Credeva di essere stato un sognatore, uno scrittore, se bravo o cattivo, amato o odiato non aveva più senso saperlo. Con l’evanescenza di una candela accesa velata da un panno di piume, rievocava quel ritmo passato in cui aveva amato dipingere mondi possibili su fogli di carta. Poteva sentire solo una vaga emozione di quello che, per lui, era stato l’unico modo per svelare i profondi pensieri dell’animo umano, i non detti, i non ammessi, quelli rifiutati come lebbrosi, i risentimenti che lacerano la dignità dell’uomo e che digrignano i denti contro loro stessi. Era tra quelle pagine che, una volta, si consumava la sua disperazione per risvegliare, liberare, le passioni assopite dai pregiudizi morali, che incatenano l’uomo senza volto in fondo al pozzo dei suoi tormenti. Aveva scritto di uomini deboli, perfidi, ingrati, avari, ambiziosi, calunniatori, fanatici, ipocriti, invidiosi e stolti, dispersi dentro i confini delle loro memorie, nell’immensità dello spaziotempo che li circonda. Aveva raccontato di quegli uomini che intrecciano la loro carne alle serpi insidiate nei cuori, per comprendere come, in questi disperati, curvi sotto il peso delle ingiustizie, potesse mai germinare il seme della bontà d’animo, della vita autentica, per svelare il mistero di come si potesse risvegliare ciò che il mondo non aveva ancora soffocato. Non erano soltanto personaggi fittizi ma vive rappresentazioni della coscienza che tormentava il Vecchio, strappata ai nascondigli scavati negli angoli ciechi della sua anima. Pieno di un’oscura intenzione si era così ribellato alla naturale necessità della morte andando alla ricerca di qualcosa d’impossibile, brancolando nel buio, ma resistendo nell’abbandonarsi al sogno, e resosi conto del fallimento, la protesta si era rovesciata contro la tirannia del tempo. Avrebbe voluto svelare nel fondo di quel luogo infernale la bellezza di un volto amato, ma arrivato allo specchio di quell’ultimo gesto, pieno e perfetto, distratto dal disordine di mille altri gesti perduti, si smarriva nell’armonia di quel regno al di là della parola.

Ma Tutto, ormai, prima di essere concluso era già finito.

Da tempo il cuore troppo stanco inciampava ad ogni dosso e il capo pesava greve sulle spalle. Dieci anni che non scriveva, dieci anni che da lui non gemmava un solo pensiero, nessuna parola che potesse ispirare il fiore di una solitaria frase. Ciò che aveva creduto essere il senso della sua vita, era svanito in polvere di vento. La sua esistenza indietreggiava nell’incerto, nell’ininterrotto essere stato, viveva negando e consumando se stesso nelle contraddizioni del passato.

Durante il giorno, passeggiava lungo i sentieri dei parchi cittadini riflettendo sulle forme del tempo, sull’assurdo intrecciato alla quadrata geometria della vita, finchè, stremato, si sedeva su qualche panchina come un’ombra crepuscolare, assonnata, pensando a ciò che voleva essere e forse non era mai stato. La gente che passava riconoscendolo, lo guardava di sfuggita, timorosa e imbarazzata da quella figura enigmatica. Ma nessuno, in fondo, provava pietà. Qualcuno lanciava occhiate pungenti d’invidia, tutti evitavano di avvicinarlo o di rivolgergli parola, temendo, forse, di disturbare quelli che credevano momenti di riflessione e ispirazione. Più spesso lo sdegnavano per indifferenza, il sentimento più autentico e sincero che può mettere in scena l’umanità nel nostro tempo, o lo scartavano per sano disgusto borghese. Quando la condanna sociale ha scolpito la propria maschera sul mondo, ribattezza la nuova realtà con vecchi nomi, convincendosi di un’esistenza che non esiste.

Il Vecchio lo sospettava, ma credeva che la tenacia con cui la maschera dell’artista s’avvinghia alle impressioni degli ammiratori conquistati negli anni del successo, e che finnisce per far sentire l’influenza idealizzata del suo nome su chi gli gravita attorno, ancora lo proteggesse dal disprezzo dei loro occhi. Forse lo stimavano, forse lo consideravano un grande uomo degno di rispetto, ma anche lo smalto delle sue fragili credenze, giorno dopo giorno, si frantumava sui sassi dei dubbi. Sapeva di non essere più quell’uomo saggio, a cui tanti, un tempo, si erano rivolti per chiedere consiglio. Questo però, in fondo, non gli importava. Con la perdita di ciò che si era abituato a chiamare il suo talento, il rimedio alle frustrazioni quotidiane, la cura alle sorelle della tragedia, aveva perso l’assetato desiderio di vivere. Non gli era di nessun conforto credere di essere apprezzato da un mondo dal quale voleva congedarsi in silenzio. Saturo di colpe e senza alcuna chiave che potesse smascherare i delitti commessi ogni singolo giorno, voleva fuggire senza lasciare traccia del suo passaggio. Rimasto cieco e sordo alla vita, ignaro del mondo che viveva attorno a lui, andava assorto nel tormento della sciagura, abbandonando negli angoli polverosi della memoria ogni affetto, isolandosi da ogni conforto. Se gli capitava di incontrare un conoscente per via, tentava in tutti i modi di passare inosservato  nascondendosi alla prima occasione in un vicolo o cambiando rapidamente direzione. Voleva evitare ogni tipo di conversazione, le considerava tutte stupide e banali senza distinguo, forme vuote senza significato. Semplicemente si lasciava trasportare da un mondo ignoto che distratto decideva per lui. Aveva dedicato la maggior parte della sua esistenza a scrivere, studiare, pensare, dimenticando la vita di uomo che vive e agisce, tutto questo per darsi e dare, una forma, un nome, ma adesso si sentiva tradito e amareggiato da quel mondo a cui si era abbandonato con tanta devozione.

Messo faccia a faccia con l’ardua sentenza “conosci te stesso” non poteva che abbassare il capo  vergognosamente, credeva di aver fallito dimenticando i suoi veri bisogni, appagandosi di ciò che  era solo apparenza. Adesso nel suo mondo nulla più restava fisso. La vita intellettuale, si era fatta un’immensa confusione nella quale miriadi di voci afone si sforzavano senza successo di emergere dal frastuono.

Un giorno, un qualsiasi giorno insignificante della sua vecchiaia, trovò un orologio nel cassetto di un mobile dimenticato da anni in soffitta. Nello scuro, polveroso, disordine di quella stanza, aveva tentato di soffocare i ricordi, quasi fossero una maledizione, respingendoli nel buio di quei luoghi, allontanandoli il più possibile da sé, ma vigliacco, o semplicemente malinconico di un bisogno inappagato e sconosciuto, non aveva mai avuto il coraggio di gettarli via definitivamente nel tritatutto della discarica. Dimenticando tutti gli oggetti che lo legavano alla triste realtà dell’esistenza, credeva che i pezzi più dolorosi della sua vita uscissero dalla storia. Ma quel giorno, passando incauto per quel luogo, era stato attratto da un luccichio metallico proveniente da un cassetto socchiuso e denudato da un riflesso inaspettato. Per quale ragione, per quale forza fu tentato di recuperare quel vecchio cimelio non seppe mai spiegarlo, e forse, nemmeno gli importava saperlo. Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato se l’incontro gli fosse stato preannunciato, lo legò stretto al suo polso avendo una strana paura di smarrirlo.

Più lo guardava e lo ascoltava battere irregolare il suo tempo rugginoso, più capiva le parole lette un giorno, da qualche parte, e impresse quasi per caso nella mente “l’orologio è un surrogato dovuto al fatto che le nostre attività non si susseguono più in modo naturale”. Certo il suo essere estromesso dal presente si trovava al confine delle circostanze da cui tutto dipende, e il suo essere  naturale o artificiale si calava nell’insieme mutevole a cui appartengono senza distinzione tutte le cose. Si diceva che la differenza non stava tanto negli avvenimenti, quanto piuttosto nel significato che personalmente o convenzionalmente gli attribuiamo. Del resto, il suicidio stesso può essere celebrato come atto eroico o degradato al più spregevole dei gesti.

Così passava i giorni solitari della sua meschina esistenza in maniera metodica, schiavo delle abitudini, scandendo i secondi al ritmo sussurrato dalla lancetta del suo compagno. Quando deragliava nella delusione intramata al quotidiano, avvicinava lentamente l’orologio all’orecchio e, nel confortante tic tac, riconosceva le dolci note dello scorrere del tempo che lo avvicinavano ogni secondo di più alla fine delle sofferenze.

Regolarmente, giunta la sera, passava solitario e indolente per il parco della città. Faceva il solito percorso in tutte le stagioni, nelle limpide stellate estive, quando la rugiada si posa senza rumore sui fili d’erba, o durante il gelo invernale, lasciando le sue piccole orme sulla neve che soffoca ogni forma nella morbidezza del suo silenzio. Ricordava confusamente, con sfondo annebbiato e vacuo, il tempo perduto in cui credeva di essere stato felice, di aver vissuto nella serenità del suo riflesso interiore, quel tempo in cui godeva dei profumi che si perdevano nell’aria primaverile o nel tiepido sole che accarezza la faccia tra le ombre malinconiche dell’autunno. Ricordava quell’epoca in cui andava alla ricerca di bellezze nascoste, escluse al godimento palese e indiscutibile dei più, e tendendo l’orecchio a quei rumori minuti che avvolgono l’ora, scivolava passo passo, verso la promessa di un orizzonte di piacere sempre più ampio ma che restava sospeso e inesaudito in un brivido abbagliante, fino a quando non si risolveva nell’avvento di una parola.

Così credeva fosse stato, ma ormai non aveva più ragioni per sperarlo ancora. In quei momenti un rantolo di dura tristezza senza lacrime gli stringeva la gola, e quel nodo si faceva più serrato quando pensava che da troppi anni non provava più alcuna emozione che potesse avvolgere i suoi pensieri sotto un velo di poesia. Tutto era immerso nell’atmosfera densa che estingue ogni sospiro e che lui stesso estendeva al cielo stellato, intorno alla luna, sopra gli alberi, soffocando il perpetuo gocciolio della brina sulle foglie che tanto gli era stato caro sollievo e fonte d’ ispirazione e che adesso era soltanto un suono muto, uno stillicidio di note vane. I tristi pensieri che gli invadevano la mente durante la notte, quando il pensare trafigge il limite dell’odissea dell’inquietudine, lo sprofondavano nella certezza che la ragione filosofica, portatrice di attoniti conforti, non era più di aiuto. Il solo ammettere gli spazi senza fine e le stelle che vi affogano brillando, l’assenza del tempo, l’infinito e le antinomie del finito, che tutto è destinato a scomparire in un vuoto tenebroso senza tenebre, gli opprimeva il cuore sotto il giogo di pesanti catene, imprigionando la libertà di agire e sognare. Meditava sul passato e sull’avvenire ma non vedeva nulla. Si sentiva bloccato, impietrito, e così si trascinava avvilito e senza lacrime nelle sofferenze umane, dove il dolore che assopisce ogni sospiro era un invito a desiderare l’oblio.

Continuava, ogni giorno, a camminare nel parco, improvvisamente ma abitudinariamente si allontanava dal sentiero segnato per raggiungere un angolo appartato dove poteva contemplare, senza il rischio di venir disturbato, il busto di un giovane scolpito nel marmo, nascosto in un anfratto poco frequentato e lasciato in avanzato stato di abbandono. Il luogo era preda di erbacce e sterpi che crescevano senza controllo rendendo tutto oscuro e selvaggio. Lì, fissava il volto annerito del giovane. Dentro quel volto disorbato e sfumato ironicamente da un velo di muschio come fosse una barba ispida, aleggiava una tristezza perversa, quella che coglie il cuore l’ultimo giorno d’estate. Mentre lo osservava si sentiva trascinare lontano da quel fiato triste e allora esplodeva dicendo: «Tu! Tu per tua fortuna non hai sentimenti, non puoi soffrire. L’umanità muta intorno a noi, si logora nel dolore e tu resterai tale e quale, un pezzo di marmo freddo. Anche il mio cuore è freddo e duro come il tuo, eppure destinato ad un supplizio peggiore. Sento che il tempo passa senza lasciarmi niente, senza portare niente di nuovo, nessun conforto ai giorni, nessun evento che possa suscitare in me pensieri felici o desideri. Non so più trovare una realtà diversa, una luce misteriosa in me e attorno a me. Mi sarei accontentato di un attimo inaspettato colto di sfuggita in controluce, niente di più. Il gioco è chiaro, le regole svelate, e tutto questo mi nausea. Questo mondo ha disperso in una notte ciò che dava senso alla mia vita, ha rinchiuso la mia immaginazione in qualche luogo inaccessibile e sperduto. Si è rarefatta in fretta ogni pulsione del mio animo. Il tempo che tutto governa avanza, si accanisce su questo corpo, ormai è solo un oggetto, invecchia e si distrugge, si sgretola fine come una statua di sale. E tu chi eri? Una targhetta ovale ci vorrebbe dire un nome ma già si legge appena, e tra poco non rimarrà che il tuo volto consumato e sbiadito, anonimo. Nemmeno tu, inerte al mondo, puoi niente contro il tempo. Senti questo dolce tic tac della lancetta? Già chi ti passa accanto non sa nulla di quello che hai sofferto, non sa nulla degli ideali e delle virtù che hanno mosso la tua vita o di quali gesta ti sei gloriato per meritarti un’onorificenza in questo luogo. Io stesso non so il tuo nome, nè come, nè chi ha spezzato la tua giovane vita e nessuno mai più lo saprà. Forse sei solo una fantasmatica idealizzazione di un fatto mai accaduto, elevato quì nell’illusione di una tradizione inventata e nessuno ha mai saputo poiché non sei mai stato. Eppure tu eri un uomo, forse un grande uomo meritevole di partecipare all’assurda repubblica dei geniali, avevi innumerevoli storie da raccontare come molti altri, ma tutto svanisce nel vuoto senza fine di questo mondo. Si smorzano lumi che accendevano continenti interi, vacillano e si spengono imperi, a chi importa della vita di un singolo uomo? Se l’esistenza è vuota e niente dura, se passato e futuro non esistono altrimenti che incatenati dalla coscienza sottoposta al principio di ragione, se non esiste nulla prima e al di là dell’istante presente, che senso ha vivere? Tu, forse, mi vorresti dire che le cose non sono come appaiono, un po’ si vedono in un modo e un po’ in un altro, che dipendono dallo stato d’animo in cui ci troviamo e tutto può cambiare per un’istante, ma chi può dirmi cos’è l’istante? Dimmelo? Non lo sai? Allora come puoi dire che il mondo può essere ordinato, che ammettendo la non esistenza del passato e del futuro, il presente sì, esiste? E poi è così ragionevole coltivare il nostro orto aspettando che il seme frutti? Forse tu argomenterai, sia realtà o mera illusione, vale la pena vivere per quello che la vita ci può dare, e se ciò che è stato e ciò che sarà non esistono, pazienza, vale la pena vivere per le gocce di emozioni, per le vertigini di quegli attimi che nella vita ci attendono. Ah! Le solite frasi consumate dai luoghi comuni. Se la vita non ha senso siamo noi a darglielo! Ma caro compagno, che accade quando non riesci a stendere alcun piano? Ti assicuro che il mio presente non è degno di essere vissuto, ogni attimo di questa vita svanisce nella ferocia e nell’ingiustizia dell’esistenza umana. Souviens-toi que le Temps est un joueur avide. Qui gagne sans tricher, à tout coup! C’est la loi. Le jour dècroìt; la nuit augmente; souviens-toi! Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide. Sta sera voglio sacrificare a Baudelaire una ciocca di capelli e incidere questi pochi versi sulla mia tomba».

Finito il discorso che non seppe mai se pronunciato ad alta voce o soltanto immaginato, il Vecchio si sedette sull’erba lì accanto a contemplare la statua. Gli parve che il busto avesse mutato le forme del viso marmoreo, assumendo un’espressione di compassione, una piega di pietà per il suo confessore. A quella vista il vecchio improvvisamente scattò. Quel volto aveva mutato il suo profilo eroico e severo in una smorfia pietosa che feriva più di una beffa. Quel sorrisetto era lì per lui e sarebbe rimasto così, un tragicomico sberleffo innalzato a perenne monito della sua inutile mediocrità. Con un guizzo incosciente e rabbioso, di una rapidità inaspettata, si alzò nell’isterico tentativo di agguantare una pietra e scagliarla con forza contro quel giovane volto per deturparlo e punirlo del suo gesto indisponente. Tastò in fretta il terreno e nel groviglio di manate sfiorò un oggetto duro e tondo, pesante e freddo, stretto al suo polso. Slacciò l’orologio e lo scagliò con un urlo nero di rancore, disintegrandolo sul naso del busto.

Il Vecchio, sconvolto da se stesso si paralizzò. Ebbe appena il tempo di sentire il ritmo veloce del suo respiro, l’idrofobo cardiopulsare della carne, le gocce di sudore che seguendo i rintani profondi della pelle decantavano incerte sul suo mento, e subito pentito distolse lo sguardo, spinnò e si avviò nel buio sotto le fronde degli alberi. Si mosse come un automa, gli occhi aggrottati e il ghigno freddo, diretto al requiem della sua casa solitaria dove sapeva che ad aspettarlo non ci sarebbe stato nulla che potesse dare conforto.

I giorni passavano, si ripetevano inesorabili, senza distinzione. Ogni giorno era lo specchio del precedente. Perseguitato da nevrosi esistenziale, tirava avanti un enorme peso su un binario morto, passo dopo passo, sempre sulla solita strada, come un ciuco canuto che camminando si aggiusta la soma da solo.

Finalmente un giorno si ammalò.

Non chiamò il dottore, non gli interessava conoscere il male che lo affliggeva, fosse pure qualcosa di serio e incurabile, tanto meglio. Così quando si accorse che la malattia si diffondeva in forme degeneranti, riuscì a sentirsi in qualche modo felice, un’amara quiete gravitò nel risucchio di una malinconica tranquillità tra gli spasmi di dolore. Dopo il primo momento di sollievo, crebbe in lui un disprezzo che echeggiò in un grido di delirio. Vittima inconsapevole delle frustrazioni che lo tormentavano senza requie, spinto dagli eccessi della disperazione, salì le scale della pazzia fino a confondere le sue volontà e i suoi desideri con l’animo delle incarnazioni di carta, intrise di pregiudizi e difetti, di quegli uomini schiavi di abitudini che aveva più volte denunciato con studio minuzioso nei suoi racconti.

Adesso era certo, i suoi libri non erano degni di essere letti. Nemmeno di essere ricordati nell’almanacco dei fallimenti. Non c’era nulla in quelle pagine che potesse essere falso o vero, solo finzioni, e lui stesso era il frutto marcio di tutte le maschere che si giocavano il primato della sua carne opponendosi reciprocamente nell’intermittenza dei giorni. Se quei racconti, quelle parole, avevano potuto ridurre lui, il loro autore, in quello stato, avrebbero più facilmente sconvolto l’esistenza degli sfortunati lettori, colpevoli soltanto di aver preso tra le mani un suo libro.

Sì, era convinto. Doveva distruggere tutto ciò che restava del suo lavoro insieme alla memoria del disgraziato autore, sommo colpevole di averlo creato e poi vissuto.

Sapeva che il tempo avrebbe cancellato sulla terra e nel cuore degli uomini ogni traccia del suo passaggio, che ogni barlume rimasto latente si sarebbe perso, ma il danno commesso, forse, poteva essere irrimediabile e in fondo poteva ancora strappare una magra soddisfazione nei pochi giorni che gli restavano. Prendersi una sorda, cupa e quanto misera vendetta, anticipando con le sue stesse mani la venuta dell’oblio.

Presa la risoluta decisione, fu immediatamente assalito dall’affanno, palpitazioni, una sensazione d’angoscia, aveva timore che il tempo a sua disposizione non fosse sufficiente per attuare il piano. Strano epilogo, ironico, dopo aver desiderato a lungo che il tempo recidesse in fretta il filo della vita, il Vecchio si trovava ora a desiderare che la clessidra, destinata a regolare i suoi giorni, avesse lasciato qualche granello in sospeso per lui. Nonostante fosse allo stremo delle risorse fisiche e mentali, afflitto da una malattia che lo faceva tremare costantemente e lo indeboliva ora dopo ora, ridotto a una pallida ombra strisciante di pelle incartapecorita, si precipitò ovunque credesse di scovare i suoi racconti per acquistarli, se fosse stato necessario rubarli o sottrarli con la poca forza che gli restava, con l’unico intento di distruggerli.

Lavorò con religioso ascetismo ai suoi propositi e riuscì a raccogliere in breve centinaia di libri che, assieme a tutti gli scritti recuperati in casa, accatastò in cortile dando vita ad un’enorme piramide di carta e inchiostro.

La sera in cui sentì avvicinarsi la fine con passi d’ombra, arrivato allo stremo dell’esistenza, si avviò nel cortile, prese una tanica di benzina e diede fuoco ai suoi sogni.

Mentre la carta si arricciava stridendo tra le fiamme che divampavano inesorabili, il viso del Vecchio si trasfigurò: stirò la pelle ingiallita, contrasse una smorfia aguzza carica di malizia, e sulle labbra avvampò lo stesso sorriso che squarcia il volto del carnefice mentre guarda gli spasmi della sua vittima agonizzante. Poi, come se nulla fosse accaduto, si voltò, e lentamente si mosse verso l’uscio di casa senza guardarsi indietro.

Andò diretto in camera e si fermò per un istante ad osservare quella figura pallida e malaticcia, incredibilmente magra, riflessa dallo specchio polveroso. La barba lunga e le gote emaciate incorniciavano la cartilagine degli zigomi, le orbite scavate sembravano abissi oscuri dove i suoi occhi si spegnevano opachi, devitalizzati dagli artigli di un tempo consumato. Si infilò tremando nel letto e più serenamente di quanto si fosse aspettato, si addormentò.

Forse, quando si è in prossimità della fine e si sentono chiari i passi della morte che ci sta venendo a chiamare, si rivivono gli istanti di una vita combinandoli a piacimento nell’inconscio di un sogno. L’ultimo momento in cui ritornano tutte le cose.

Così, quella sera, stessa dopo tanti anni, l’uomo tornò a sognare.

Sognò di un famoso scrittore che scriveva giorno e notte racconti su racconti, con tanta passione e trasporto da farsi sanguinare le dita. Sognò di uno scrittore che era capace di tessere trame delicate come la rugiada sospesa sui fiori o dure e vere come la pelle dei minatori, storie temprate nella bellezza che solo lo sguardo di una passante intravvista nell’ombra, sotto il lenzuolo d’argento del tramonto, e poi perduta per sempre, può racchiudere. Ad ogni parola impressa sul foglio dallo scrittore, il cuore, nel quale aveva radice tutta la colpa e la miseria del mondo, in un singhiozzo  alleggeriva. L’uomo continuò a scrivere e scrivere fino a che, non si sa come, improvvisamente, fù un attimo, la sua mano si fermò, e non riuscì più a tracciare sul foglio una sola parola. Il suo petto così serrato, si fece pesante, incrinato, e non potendo trovare una ragione a questa cancrena che attaccava le viscere, anche le parole perdevano ogni significato. Meditava sul passato oscuro, immaginava i giorni inutili che sarebbero seguiti ma non aveva armi con cui difendersi. Si lasciava invadere da tutti gli inganni e le ingiustizie che gli gravitavano attorno, l’unica alternativa che restava era il completo congedo dal mondo. Ormai vecchio fuori e marcio dentro, coperto di spine, l’uomo, colto da un gesto di pazzia, raccolse tutti i suoi scritti, e prorompendo in una risata di ghiaccio gli diede fuoco. Poi si abbandonò vicino al rogo, e lì, si lasciò morire tra le piaghe silenziose del suo cancro.

Il Vecchio in un sussulto si svegliò.

Le fiamme del rogo danzanti nel vento, che quella sera fischiava oceanico sui tetti, si erano posate come piume sulle tegole e sui legni della casa, ed ora era avvolta nel beccheggiare del fumo grigio come nevischio.

Si accorse appena, come proveniente da un mondo lontano, del fischio di una sirena. Quel suono giunto a sussurrargli la fine sfibrò negli armonici del sogno appena perduto, e rimase a cullarlo in controluce nell’ultimo atto della sua vita. Così mentre scivolavano assieme come fidati compagni nelle profondità nulla, il Vecchio pensò, «Questo sarebbe un buon racconto!».


Riccardo Malatto

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