15 49.0138 8.38624 1 1 4000 1 https://www.lultimoautunno.com 300

IL PARADOSSO DI FABIO ROVAZZI

“15 minuti di celebrità” recita Al Bano nel nuovo video/cortometraggio di Fabio Rovazzi, Faccio Quello Che Voglio”. Lo stesso Al Bano che è un barone della musica italiana dall’87; altro che 15 minuti. E se già questo può sembrare abbastanza strano, pensiamo anche al verso “del testo tanto non ne ho bisogno perché con questa voce qua” che viene più volte ripetuto in una canzone in cui sono coinvolti personaggi come Emma Marrone ovvero figure che incarnano alla perfezione ciò che è ironicamente criticato con quella frase. Ma guardiamo le cose più da lontano: di cosa parla Fabio Rovazzi, in generale, nelle sue canzoni? A parte Andiamo a Comandare, la hit che ha lanciato il ragazzo nell’Olimpo, a mio parere tutti i testi di Rovazzi girano intorno a una domanda cruciale: “sono diventato famoso, e ora?”. “Tutto Molto Interessante”, “Volare” e “Faccio Quello Che Voglio” mettono chiaramente in evidenza ciò che Fabio Rovazzi pensa della sua stessa carriera: e nello specifico ciò che frulla continuamente nella testa del cantante milanese è una lucida coscienza di quanto sia effimera e precaria la sua fama. Perché dico ciò? È il testo stesso di “Volare” che lo suggerisce: “sto volando prego non mi disturbare” significa “sto avendo il mio tempo, non ricordarmi che dovrò atterrare”. E altre frasi ironiche che ricorrono nella canzone (“il problema vero è come atterrare”, “papà non trovo un lavoro che mi piace”) rimarcano lo stesso punto. Anche in “Faccio Quello Che Voglio” viene detto che “l’ho fatta grossa, ho tutto in una borsa, sparisco fra la folla” come a dire “devo sbrigarmi a sfruttare questo tempo prima che si esaurisca”.

Ma perché Fabio Rovazzi riflette tanto sulla natura del suo successo concependolo in questa maniera così crepuscolare? Perché sebbene lui stesso dichiari di “fare quello che vuole”, in realtà non è affatto così. Lui stesso, consapevole del fatto che il suo pubblico sia composto all’80% da bambini sotto i 10 anni, si mostra nel cortometraggio “Tutto Molto Interessante” come costretto in una situazione in cui la fama guadagnata col primo pezzo sembra appesa a un filo e agli umori di chi vuole continuare a etichettarlo come prodotto per bambini, impedendogli un’eventuale maturità artistica. Tutto questo è simboleggiato dal famoso “ca*** che me ne frega” censurato goffamente. Ma c’è di più. Dai testi di Rovazzi non solo emerge questa profonda onestà nei confronti di sé stesso ma, a mio parere, si evince anche una sottile malinconia ancora una volta legata al successo.

La parabola di Fabio Rovazzi infatti è quella del ragazzo con grande ambizione che impiega i suoi talenti per raggiungere la fama, ma una volta ottenuta, si accorge che non è così che riuscirà a soddisfare quella voracità che sente dentro di sé. Non è stringendo amicizia e collaborando con le più grandi star italiane che quella “bulimia” di fama si arresterà, non è “obbligando” (come vediamo nel video) Morandi a cantare con sé che riempirà il vuoto, e questo Rovazzi più o meno inconsciamente l’ha capito. E a questa situazione interiore sopraggiunge anche, a volte, un certo fastidio per quanto riguarda la notorietà: “Tutto Molto Interessante” parla di questo, di quanto il cantante si trovi obbligato in formalità legate al suo status per le quali in verità non prova alcun interesse: ad indicare ciò prima su tutte la frase “fai il balletto con le spalle, molto bello, divertente, ma ha rotto le palle”. O ancora, in “Faccio Quello Che Voglio” sentiamo “sfuggo dal mio karma, uno stato che mi esalta. Ho voglia di staccare dall’ansia generale”.

Che cosa emerge dunque, in sintesi, dai testi di Rovazzi? Un ragazzo che ha coronato il suo sogno ma si rende conto che non lo soddisfa pienamente. Come dice Jim Carrey, “spero che tutti possano diventare ricchi e famosi ed avere tutto quello che hanno mai sognato, così scopriranno che quella non è la risposta che stavano cercando”. Emerge anche un ragazzo che è lucidamente conscio del gioco (niente di più) in cui è inserito e traduce tutto questo in una onnipervasiva ironia che non manca tuttavia di picchi malinconici (basta anche ascoltare con attenzione le sonorità delle basi per capire che spesso ci troviamo di fronte ad atmosfere introspettive camuffate da tormentoni). Il paradosso di Rovazzi è questo: la storia di chi è partito dal basso e che passando da collaborazioni con le figure più famose nel panorama musicale italiano è rimasto incastrato, o sospeso, in una bolla difficile da modificare dove la fama è contemporaneamente gioia e angoscia, e genera alternativamente ora soddisfazione ora un vuoto incolmabile.


Daniele Bonanzinga

Share:
Categorie:ATTUALITA'
POST PRECEDENTE
PAROS
POST SUCCESSIVO
FA CALDO

0 Commenta

LASCIA UNA RISPOSTA

Instagram Slider

No images found!
Try some other hashtag or username