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DOBBIAMO FIDARCI DEGLI ALTRI?

Viviamo in un’epoca in cui bisogna fidarsi; oggi più che mai c’è bisogno di grande fiducia. Perché? Perché non solo senza fiducia rinunceremmo a un enorme numero di comodità e agi ma anche perché senza fiducia non sapremmo nulla (o quasi nulla). Farò un esempio per sostenere entrambe queste affermazioni. Le ragioni per la prima, che afferma che senza fiducia dovremmo privarci di tecnologie e agevolazioni che utilizziamo tutti i giorni, sono facilmente intuibili: come sappiamo che l’aereo che in questo momento ci sta trasportando da Milano a Copenaghen non precipiterà a metà strada? Come sappiamo che la nostra automobile non esploderà parcheggiando sotto casa? Ci fidiamo. E nello specifico ci fidiamo di esperti che lavorano per raffinare l’affidabilità di questi mezzi e gli crediamo quando ci dicono “questo mezzo è sicuro”. Ed è proprio “affidabilità” la parola chiave in questo discorso: continuiamo a prendere aerei e automobili perché sappiamo che sono mezzi per lo più affidabili, ovvero che nella stragrande maggioranza dei casi portano a termine il loro compito senza ucciderci. Come sappiamo che sono affidabili? Una mera questione statistica, suppongo. Ma come conosciamo questa statistica? Non certo per esperienza diretta: qualcuno di voi ha mai contato personalmente gli aerei atterrati ogni giorno tutti i giorni in tutti gli aeroporti del mondo per verificare che effettivamente non ne mancasse nessuno all’appello? Io no, e se voi lo avete fatto, un TSO non sarebbe una brutta idea. Conosciamo le statistiche perché ci vengono riportate da testimoni di cui ci fidiamo. È la testimonianza di altri (telegiornali, esperti, sondaggi, racconti di amici, parenti, conoscenti…) che ci spinge a reputare un mezzo affidabile o meno; ma per continuare a prendere l’aereo dobbiamo necessariamente fidarci. Supponiamo tuttavia che qualcuno decida che no, è assurdo fidarsi di questi testimoni e, coerentemente, decida di interrompere l’utilizzo di aerei, automobili, telefoni, ma anche frullatori, forni a microonde e lampadine. Si sarebbe così liberato di ogni forma di fiducia? Non credo. Oltre a non utilizzare tecnologie di alcun tipo dovrebbe anche smettere di bere acqua in bottiglia (come fa a sapere che non sia avvelenata?) o mettere lo zucchero nel caffè (come fa a sapere che nella bustina non ci sia del sale?); insomma, non farebbe più vita. Sembrerebbe più saggio, se vogliamo condurre un’esistenza lontana dalla schizofrenia, fidarsi dell’etichetta dell’acqua e delle scritte sulla bustina dello zucchero, così come degli ingegneri e delle notizie di incidenti aerei sentite al telegiornale.

Ma c’è di più; come dicevo all’inizio di questa riflessione, senza fiducia non sapremmo niente (o quasi niente). Dicendo ciò mi riferisco al fatto che la quasi totalità delle cose che sappiamo, la sappiamo tramite testimonianza. Lo sai chi ha scritto la Divina Commedia? Beh, ovvio che lo sai. Ma come? Mica avrai visto con i tuoi occhi il manoscritto originale con la firma di Dante o, meglio ancora, mica sarai salito sulla macchina del tempo per controllare che effettivamente nella Firenze di fine 1200 un uomo col nasone e decisamente sfortunato in amore stesse componendo versi su anime dannate e angeli che contemplano Dio. Lo hai imparato a scuola, dove hai ascoltato un testimone di cui ti sei fidato. E lo stesso vale per affermazioni come “Donald Trump ha vinto le elezioni”, “la Seconda Guerra Mondiale è finita nel 1945”, “l’acqua è composta da due particelle di idrogeno e una di ossigeno” e “ogni essere umano ha un cervello nella scatola cranica”. A parte quest’ultima, per la quale nutro spesso dubbi ben fondati, accettiamo le altre proposizioni come vere perché fornite da testimoni affidabili. E il nostro eventuale eremita, qualora rinunciasse alla fiducia, dovrebbe rinunciare anche alla più basilare delle conoscenze. Dunque non abbiamo scelta: dobbiamo fidarci. Tuttavia, a volte, anche se la compagnia aerea ci garantisce che il velivolo è perfettamente funzionante, questo precipita; anche se gli ingegneri ci garantiscono che il ponte Morandi non crollerà, questo crolla. Può capitare che testimoni che reputiamo affidabili  inducano in noi credenze false. Perché accade questo? Per due motivi: o errore o inganno. Distingue questi due casi la conoscenza o meno della verità da parte del testimone. Ora, in che misura dobbiamo permettere che le sviste o le bugie blocchino le nostre azioni? In che misura l’esistenza di “sbadati” e bugiardi dovrebbe tenermi alla larga da prendere l’aereo? Iniziamo dall’errore: se l’errore si verifica in una percentuale minima dei casi (come accade con gli incidenti aerei, ad esempio) e nel resto dei casi il testimone si rivela affidabile, allora è consigliabile continuare a considerarlo tale. D’altronde, errare è umano, e se aspettiamo una garanzia di sicurezza al 100% faremmo prima a rinchiuderci in casa a doppia mandata per la vita (pregando che il soffitto non crolli…). E le menzogne? Il caso dei bugiardi è più insidioso perché mentre un errore (nella maggior parte dei casi) non rende un testimone totalmente inaffidabile, molto spesso una menzogna basta per far crollare la fiducia. Ma se il nostro testimone non ha mai mentito fino ad ora, dobbiamo lasciare che il dubbio divori il nostro agire? La questione è spinosa. I due estremi sono o fidarsi di tutti fino a che non troviamo un’evidenza che siano bugiardi, o non fidarci di nessuno fino a che non troviamo un’evidenza che siano testimoni affidabili. Entrambi questi estremi sembrano tuttavia impraticabili: nel primo caso finiremmo probabilmente truffati nel giro di pochi minuti, mentre nel secondo finiremmo per condurre la vita del sopracitato monaco anti-fiducia. Dunque che fare? Ci vorrebbe una via di mezzo, che consideri altri parametri. Prendiamo ad esempio la questione dell’affidabilità dei giornali. Come valutiamo una testata? Potremmo iniziare verificando, banalmente, la quantità di notizie vere e false riportate in passato; potremmo procedere poi verificandone la storia, i titoli delle persone che vi hanno lavorato, il metodo con cui accerta le notizie, ma anche parametri secondari come la qualità della scrittura, la quantità di persone che lo legge e così via. In questo modo riusciamo nel più dei casi a capire se ci troviamo di fronte a un testimone affidabile o meno.

Anche se questo modello ipersemplificato non riesce a nascondere che l’esistenza della menzogna metta a dura prova il nostro bisogno di fiducia, resta comunque chiaro che se non annoverassimo la testimonianza fra le fonti conoscitive valide, perderemmo ogni gradino di civiltà e cultura arduamente conquistato in millenni e il nostro sapere sarebbe (quasi) nullo. Osserviamo l’analisi classica del verbo “sapere”. Secondo l’epistemologia classica, un soggetto S sa che p (dove p indica qualsiasi proposizione) se e solo se:

 

1. p è vero

2. S crede che p sia vero

3. S è giustificato nel credere che p sia vero

 

Un piccolo accenno sulle prime due clausole prima di passare a quella che ci interessa in questa sede, la terza. La clausola 1 è inserita perché banalmente nessuno può sapere il falso. Sarebbe assurdo infatti dire “Giovanni sa che la pizzeria è chiusa ma in verità la pizzeria è aperta”; sarebbe corretto al massimo dire “Giovanni crede che la pizzeria è chiusa ma in verità la pizzeria è aperta”. Come ho già detto, sapere è un verbo fattivo e implica la verità della proposizione saputa. Anche la clausola 2 dice qualcosa di banale: affinché S sappia p, S deve anche credere che p sia vero. Sarebbe nuovamente assurdo dire: “Giovanni sa che la pizzeria è chiusa ma non ci crede”. Passiamo alla terza clausola: dire che S deve essere giustificato nel credere che p sia vero significa affermare che per ottenere del sapere genuino (e non solo delle credenze infondate) dobbiamo ottenere le nostre credenze da un processo o da una fonte attendibile. Farò un esempio per chiarire questa intuizione: supponiamo che Giovanni sia un bambino di 5 anni e che stia partecipando a un gioco a quiz. A un certo punto gli viene chiesto “quante paia di costole hanno gli esseri umani?” (ammetto che sia una domanda bizzarra per un quiz per bambini, ma non è questo il punto…). Giovanni, senza avere neanche idea di cosa sia una costola, tira completamente a caso e indovina: “12”. Diremmo dunque che Giovanni sa quante costole hanno gli esseri umani? No, neanche sa cos’è una costola. Ma perché negheremmo conoscenza a Giovanni? In fondo p (“gli esseri umani hanno 12 paia di costole”) è vera e Giovanni crede che sia vera. Ma è la terza clausola a essere violata: Giovanni ha ottenuto questa credenza da un metodo non affidabile, ovvero tirando a caso. Quella che in gergo tecnico viene chiamata epistemic luck non può essere considerata una fonte valida di sapere perché nella maggior parte dei casi induce in noi credenze false. Ma la testimonianza? Possiamo considerare la testimonianza uno di quei processi meritevoli di fiducia in toto e che quindi ci permetta di considerare come soddisfatta la clausola 3 ogni volta che riceviamo informazioni da un testimone? Nonostante l’esistenza dei bugiardi, dobbiamo farlo; dobbiamo fidarci. Altrimenti, come ho detto più volte, senza fiducia non sapremmo nulla.


Daniele Bonanzinga

 

I contenuti di questo articolo sono in parte tratti e ampiamente ispirati dal libro “Per Sentito Dire” – Nicla Vassallo (2011)

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Categorie:FILOSOFIA
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    Gennaio 10, 2019 @ 1:57 am
    adri

    fidrsi è una sensazione bellissima come da bambini :innocenza
    non è questione di parole,di spiegazioni razionali è sentire una tranquillità ,un calore di sicurezza che non ci sarà un tradimento(non ci si pone nemmeno il dubbio).
    L’ho vista nell’espressione dei bambini e sicuramente anche io ce l’avevo.
    Poi ho visto l’espressione dei giovani che dovevano imparare a navigare.e sicuramente anche io ce l’avevo:il non voler credere che non ci si può fidare di tutto e di tutti.Nel frattempo soffrire per tradimenti d’amore….e tanti tradimenti piccoli e grandi che alla fine l’innocenza infantile deve sparire per la sopravvivenza:non ci sipuò fidare di tutto e di tutti.
    Ed ecco tra capo e collo la vecchiaia.
    Le date di definizione bambini giovani vecchi sono tutte molto relative ma il processo avviene.
    Questa nostalgia di un innocenza perduta che forse adamo ed eva sentivano mentre si mettevano una stupida foglia per una vergogna mai esistita…
    Allora il compito di maturare bene è trovare qualchecosa migliore dell’innocenza infantile:
    La saggezza.
    Riuscire ,usando tutti i metodi possibili (soprattutto l’intuizione*) a discernere le cose accettando che esistono tutte le qualità e tutti i difetti semplicemente come il sole e la pioggia,senza soffrire i traumi causati dalle prime scoperte di tradimenti.
    La ricetta non la so ma quello che percepisco è nel cambio della bipolarità tra fidarsi e non fidarsi.Revisionare questi concetti e sentimenti.
    Il non fidarsi non necessariamente deve essere un blocco ma piuttosto un essere allerta naturale come i selvaggi nella selva:il padre che insegna al figlio che ci sono i leoni e come deve attuare per evitarli.
    Il vedere il non fidarsi, come un conoscimento in più piuttosto che un atteggiamento negativo.
    Ugualmente revisionando l’assumption sull””‘innocenza” appare dietro, l’arroganza di voler credere a tutti i costi che il mondo è quello che “io” credo (i bambini sono arroganti e egoisti proprio in questo atteggiamento )..e la vita insegna.
    Certo quando c’è una vita così piena di falsità si perde la bussola come al supermercato:
    too much.
    P.s.In generazioni diverse ci sono diverse “selve”da imparare a attraversare.
    Nella generazione di mio padre bastava una stretta di mano per scambiare una fiducia.
    Nella mia generazione sembrava ci fossero dei limiti alle bugie.
    Oggi sono sfacciate ,accettate come parte normale di una pubblicità necessaria per l’immagine…non importa basta saper discernere….click sul compiuter come click alla publicità della televisione….ma con le persone …cliccare anche?

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