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IL MIO MUSCOLO POMPA DEL SISTEMA CARDIOVASCOLARE BATTE SOLO PER TE!

Quando fu chiesto a T. S. Eliot il significato del seguente passo «Lady, three white leopards sat under a juniper tree/ In the cool of the day», lui rispose che significa esattamente «Lady, three white leopards sat under a juniper tree/ In the cool of the day». Questo è un esempio di come un testo poetico può presentarsi refrattario all’interpretazione da parte di un lettore e intuitivamente, sembra essere uno dei motivi per cui la poesia spesso ci appare intraducibile e non parafrasabile. In effetti, se guardiamo alle caratteristiche estetiche veicolate dal significante, è difficile negare che per ogni sostituzione di parola all’interno di un testo poetico, o una sua traduzione, si avrà una modifica delle proprietà estetiche (quali ritmo, suono, articolazione visiva) e di significato. Certo, è possibile tentare la traduzione di una poesia provando a dare una struttura metrica, o un ritmo, ottenendo buoni risultati, però, ciò che si avrà in mano, alla fine del procedimento, sarà un’altra poesia: qualcosa di diverso dal testo di partenza. Ma chiediamoci: c’è qualcosa che può essere detta solo in poesia e non è possibile esprimere altrimenti? Esiste davvero una specifica proprietà semantica che rende il linguaggio poetico differente da quello ordinario?

Forse la specificità della poesia non è da imputarsi a qualche supposta proprietà semantica, bensì è possibile rendere conto delle apparenti particolarità del testo poetico attraverso l’esplicitazione di meccanismi che sono all’opera nel linguaggio di tutti i giorni; più precisamente è possibile rendere conto degli enunciati poetici nei termini di violazioni deliberate delle massime conversazionali. Ecco una breve spiegazione su come funzionano questi meccanismi impliciti che vengono spesso chiamati in causa in discorsi politici, spot pubblicitari, nei giochi di parole, nella comicità, e che sfruttiamo senza saperlo nelle conversazioni di tutti i giorni.

Come funziona la conversazione?

Secondo il filosofo inglese Paul Grice (1913-1988), la comunicazione tra interlocutori è regolata dal co-operation principle (principio di cooperazione), una “legge” non scritta che tutti i parlanti rispettano e che si articola in quattro massime fondamentali: qualità, quantità, relazione, modo.

  • Qualità: non dire ciò che ritieni falso o di cui non possiedi giustificazioni adeguate.
  • Quantità: dai un contributo informativo adeguato alla conversazione per gli scopi della comunicazione. Non essere reticente (violando la massima per difetto), non dire di più del richiesto (violando la massima per eccesso).
  • Relazione: sii pertinente al tema della conversazione (non cambiare argomento in modo immotivato; non rispondere in modo inadeguato al contesto)
  • Modo: sii perspicuo. La massima di modo si può articolare in quattro sottomassime, evita oscurità, evita ambiguità d’espressione, sii conciso evitando prolissità e ripetizioni, sii ordinato nell’esposizione.

Se ci pensate, queste massime vengono solitamente rispettate durante le conversazioni. Ma nel caso di una deliberata violazione di una o più di queste massime non è detto che la comunicazione sia compromessa. L’interlocutore, presupponendo che il proprio partner comunicativo agisca nel rispetto del principio di cooperazione, tenterà di dedurre un significato implicito al di là del significato letterale espresso dal parlante. Se l’ascoltatore è in grado di dedurre un significato implicito (ciò che viene detto senza essere detto esplicitamente), allora si dirà che siamo in presenza di un’implicatura conversazionale generata dalla violazione deliberata di una della conversazione.

Come si applica questo alla poesia?

  • Qualità: possiamo trovare numerosi esempi nelle figure retoriche e nel linguaggio figurato. Ogni volta che incontriamo una metafora, similitudine, metonimia, allegoria, siamo di fronte al caso in cui viene detto esplicitamente il falso per comunicare altro. Pensiamo al famoso verso “ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale…”: non essendo vero che Montale e sua moglie siano scesi tenendosi abbracciati un milione gli scalini, è chiaro che il verso voglia comunicare altro.
  • Quantità: si possono dare due casi. Nel primo caso si avrà una violazione per difetto della massima di quantità, con la conseguenza di una sensibile riduzione delle parole usate per esprimersi nel testo poetico, rispetto ad una conversazione ordinaria ideale. Si pensi ad “Allegria di Naufragi” di Giuseppe Ungaretti, in cui la ricerca poetica è indirizzata alla selezione minimale delle parole espresse in poesia (caso prototipico è la poesia Mattina: “m’illumino d’immenso”) o alla prima ricerca poetica di Ezra Pound, in cui il poeta americano mirava a condensare il più possibile il testo poetico: “poetry [ ] is the most concentraded form of verbal expression”, avvertiva il poeta. Si pensi ancora alla forma poetica degli Haiku giapponesi o i Sorbos spagnoli, nei quali il numero limitato delle sillabe richieste per la loro realizzazione impone necessariamente una concentrazione delle parole usate. Nel secondo caso di trasgressione della massima di quantità, si avrà una violazione della massima stessa per eccesso. Si sovradimensiona la quantità delle parole usate rispetto ad un’ipotetica conversazione, “seppellendo” il lettore in un flusso di parole. Questo tipo di violazione si ritrova spesso nelle poesie di quegli autori che fanno delle loro opere poetiche una ricerca spasmodica del dettaglio superfluo, superfluo rispetto ai canoni poetici tradizionali. Un tipico esempio sono i “Cantos”, sempre di Ezra Pound (espressione della sua seconda ricerca poetica). Oppure, tra i casi degni di nota, possiamo citare il passo della Divina Commedia in cui Dante descrive Lucifero o ad “Oda a la alcachofa” di Pablo Neruda, entrambi espressioni di violazioni della massima di quantità a fini poetici.
  • Relazione: possiamo pensare a tutte quelle espressioni poetiche in cui vengono accostati concetti che non sarebbero pertinenti in una conversazione ordinaria al fine di creare un effetto di straniamento, o alle associazioni impertinenti di parole per puro gioco di omofonia, elencazioni eterogenee, bisticci, paronomasie. Un tipico esempio di associazione straniante è il Canto di Maldoror di Isidor Duccase “lui è bello […] come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello”. I poeti surrealisti, attraverso l’associazione di un primo concetto ad un secondo che non è convenzionalmente pertinente con il precedente, instaurano un meccanismo di rottura della pertinenza concettuale creando paradossi, associazioni linguistiche inusitate e impreviste, andando a stimolare emotivamente il pensiero del lettore. Uno dei padri del movimento surrealista è Andrè Breton: “la mia donna dalla lingua d’ostia pugnalata/ dalla lingua di bambola che apre e chiude gli occhi/ dalla lingua di pietra incredibile./ La mia donna dalle ciglia a stampatello come la scrittura dei bimbi”.
  • Modo: violata ripetutamente in alcuni tipi di avanguardie poetiche come quella dadaista e surrealista e, in generale, da tutta quelle tradizioni letterarie che esaltano l’oscurità e l’ambiguità di espressioni e riferimenti (i simbolisti, gli ermetici). Esempi di oscurità e ambiguità espressive sono le poesie di Paul Verlaine “Io sono l’Impero alla fine della decadenza,/ che guarda passare i grandi Barbari bianchi/ componendo acrostici indolenti/ in aureo stile, danza il languore del sole”. Sono altri esempi di violazione della massima del modo: le sperimentazioni poetiche in cui è presente una commistione di idiomi diversi (ad esempio il canto XXIV del Purgatorio in cui Arnaut Daniel, interrogato da Dante, risponde in provenzale); le poesie in cui un linguaggio classicheggiante o arcaico è accostato a termini più recenti, come le poesie postume di Sandro Sinigaglia: “Vergine benedetta com’io poteva? /Batteva pirrichii il piedin/ acroneurotico nel sandaletto d’oro pirrichii batteva a distesa/ e sorbendo alla cannuccia una miscella/ solluccheri lunghi fiondava/ da lappole ascitizie in cerca d’intesa./ Vergine benedetta come si poteva?”; l’uso di un gergo tecnico-specialistico, di non immediata interpretazione per i non addetti ai lavori, alternato ad un linguaggio più colloquiale (Reisebilder di Edoardo Sanguineti); l’uso di linguaggi inventati (il latino maccheronico di Teofilo Folengo, la poesia metasemantica di Fosco Maraini: “Il Lonfo non vaterca né gluisce/ e molto raramente barigatta,/ ma quando soffia il bego a bisce bisce,/ sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”; i casi di espressioni semanticamente ambigue, spesso sfruttate per veicolare più significati in un testo di dimensione ridotte (si pensi all’ambiguità dei termini che permettono di espandere più significati in un’unica frase); le ripetizioni verbali quali anafora, epifora, iterazione, epanadilosi, che sarebbero negate in una conversazione rispettosa della massima di modo poiché ritenute prolissità che potrebbero compromettere l’efficacia della conversazione (un esempio di anafora da Caproni, Litania: Genova di cose trite/. La morte. La nefrite/ Genova bianca e a vela,/speranza, tenda, tela./Genova che si riscatta./ Tettoia. Azzurro. Latta./ Genova sempre umana,/presente, partigiana. […]) ; le inversioni e distrazioni dell’ordine narrativo (prolessi e analessi) e sintattico (uso di figure come iperbati “Tu dell’inutil vita / estremo unico fio, da Pianto antico di Giosuè Carducci; e anastofi “Ove più il Sole / per me alla terra non fecondi questa / bella d’erbe famiglia e d’animali” dai I sepolcri di Ugo Foscolo), che, per rispondere a fini espressivi, violano la sotto-massima “sii ordinato”.

E la traduzione invece?

Ora, che certi meccanismi della poesia siano riconducibili alle implicature conversazionali, ci permette di spiegare come e perché la stessa espressione, usata in contesti diversi, possa avere significati differenti. Ma il problema è spiegare cosa accade nel momento della traduzione o parafrasi di un verso poetico.

Si ritiene tradizionalmente che le implicature conversazionali siano non distaccabili: fissato un contesto, se un’espressione X genera un’implicatura Y, X’ ha lo stesso significato di X, allora se X’ viene sostituita a X genererà a sua volta Y.

Ora, se così fosse, ogni espressione veicolante una data implicatura sarebbe potenzialmente sostituibile con un termine equivalente, contraddicendo l’intuizione che abbiamo nel considerare la poesia non parafrasabile e intraducibile.

Ma, come nota il filosofo italiano Marcello Frixione, «le implicature conversazionali possono essere iperintensionali, nel senso seguente: dato un certo contesto conversazionale, due espressioni che, rispetto al significato convenzionale, hanno la stessa intensione, non necessariamente comunicano le stesse implicature.». Ciò significa che, in alcuni casi, le implicature conversazionali possono generare un contesto che non permette di sostituire sinonimi con sinonimi mantendenendo inalterato il significato dell’enunicato. Infatti, la proprietà della non distaccabilità dell’implicature conversazionali presenta diverse eccezioni.

Prima di tutto, è evidente che le violazioni delle massime di modo non siano parafrasibili, è appunto il modo in cui viene espresso un certo significato che è importante, e due espressioni sinonimiche veicolano implicature differenti. Per quanto riguarda le violazioni della massima della quantità per difetto pensiamo al caso limite, le tautologie: caso in cui si dice meno di quanto richiesto in un contesto conversazionale adeguato agli scopi della comunicazione per veicolare un contenuto implicito (a livello di significato sono enunciati privi di senso e pertanto non veicolando nulla). Le implicature espresse dagli enunciati tautologici fanno perno su stereotipi o credenze condivise in modo rafforzativo. Ora si dà il caso che ogni tautologia, avendo lo stesso significato, sia passibile di essere sostituibile con qualsiasi altra- Di fatto, però, ogni tautologia generante un’implicatura non può essere sostituita con un’altra a piacere, in quanto le implicature veicolate da diverse tautologie sono differenti. Ad esempio: l’enunciato «i cani sono cani» veicola l’implicatura che tutti i membri appartenenti alla classe dei cani hanno le proprietà che comunemente si riconosce a tale classe, e non potrebbe essere sostituita con «i quadrati hanno quattro lati» in quanto l’implicatura potenzialmente comunicata da questo enuciato farebbe riferimento a stereotipi differenti.

Pensate ancora al caso di metafore o le similitudini (violazioni della massima di qualità), i termini letteralmente sinonimici difficilmente possono essere scambiati. In questi casi, infatti, si fa implicito riferimento alle informazioni paradigmatiche, proprie di un certo termine, piuttosto che al referente indicato dal termine stesso. Non potremmo sostituire «Tu sei il mio cuore» con «Tu sei il mio muscolo-pompa del sistema cardiovascolare», poiché il termine «cuore» porta in sé molti legami di significato e possibilità inferenziali assenti nell’espressione «muscolo-pompa del sistema cardiovascolare».

Pertanto, è lecito sostenere che, in poesia, può darsi il caso che non sia possibile sostituire parole con termini sinonimici senza alterare drasticamente il senso originario del componimento. L’impossibilità di tradurre o parafrasare una poesia senza modificare irrimediabilmente alcuni aspetti poetici di partenza, non dipende da una qualche supposta proprietà semantica specificatamente poetica, come invece riterrebbero i sostenitori radicali di quella che è comunamente nota come heresy of paraphrasy, ma da meccanismi che sono all’opera nel linguaggio ordinario, quali le implicature conversazionali Al limite, possiamo rendere conto della specificità dell’uso poetico del linguaggio nei termini di un uso particolarmente intensivo e concentrato di pratiche che, di per sé, non sono esclusive della poesia.

Quindi, cos’è la poesia?

Certo non si vuole dire che le implicature conversazionali siano sufficienti a spiegare tutte le proprietà che caratterizzano la poesia, né, a maggior ragione si pretende di affermare che l’implicatura conversazionale sia l’essenza stessa della poesia. In effetti, gli stessi meccanismi possono ritrovarsi in testi in prosa quali romanzi, articoli di giornale, e sono sfruttate particolarmente negli slogan pubblicitari e nei giochi di parole. Pertanto è plausibile che non ci sia soluzione di continuità tra la poesia e le altre forme verbali. Al massimo possiamo dire che abbiamo buone ragioni per ritenere che la poesia sia un concetto aperto (per il quale non è possibile definire un proprietà essenziale attraverso l’individuazione di condizioni necessarie e sufficienti), le cui regole di applicazione sono continuamente rivedibili nel corso del tempo.

Ed è per questo che, forse, alla domanda “che cos’è la poesia?”, potremmo rispondere con Novalis, solo con un’insensata tautologia densa di significato «La poesia è schiettamente personale e perciò indescrivibile: Poesia è poesia».


Riccardo Malatto

I contenuti di questo articolo sono tratti e ampiamente ispirati dagli articoli “Poesia e Implicature” e “Linguaggio della poesia e linguaggio ordinario” di Marcello Frixione

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Categorie:FILOSOFIA
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